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GE2010: «Il New Labour non e’ stato solo uno slogan»

Posted by homoeuropeus su 5 maggio 2010

«È stata la campagna elettorale più originale che io ricordi». Più che stupito dal successo dei dibattiti televisivi, o dalla crescita dei libdem nei sondaggi, il ministro per l’Europa nel governo Brown sembra divertito dalla impossibilità di prevedere il risultato del voto, quando ormai mancano meno di due giorni alle elezioni.

«Spendiamo ore ad analizzare le percentuali, a guardare le freccette che salgono e scendono, a leggere cifre e in realtà sappiamo tutti benissimo che l’unica cosa certa è che l’esito delle elezioni dipenderà da come molti cittadini si sveglieranno la mattina di giovedì». Chris Bryant è un cinquantenne dal fisico sportivo, con un passato da nuotatore e una passione per le nuove tecnologie: comunicò la nomina a ministro tramite Twitter quando i burocrati del Foreign Office stavano ancora protocollando la lettera di credenziali.

La carriera politica di Bryant inizia all’università di Oxford, tra le file dei conservatori, viene interrotta quando si iscrive in seminario e si appresta a diventare prete, e poi riprende, questa volta nelle file della sinistra, quando la scoperta della sua omosessualità lo spinge ad abbandonare l’abito talare. Da quando ha deciso di impegnarsi in politica a tempo pieno il suo principale interessi è l’Europa. Nonostante il suo matrimonio civile, lo scorso marzo, sia stata la prima cerimonia del tipo che si è svolta nelle austere sale della House of Commons, Bryant se ci tiene a precisare che non si considera un parlamentare gay ma «un parlamentare laburista, che si batte per quello che ogni laburista, ogni persona di buon senso, dovrebbe sostenere».

«Io sono convinto – prosegue al telefono dal suo collegio del Galles – che alla fine, di fronte al rischio di un cambiamento che in questi mesi di campagna elettorale non si è mai riuscito a capire che cosa sia davvero, gli elettori sapranno scegliere per la soluzione che conoscono, per chi ha garantito la stabilità in momenti difficili, per gli unici che possono garantire una ripresa equa».

Da dove trae questa convinzione, quando tutti i sondaggi dicono cose molto diverse?
Innanzitutto c’è un numero di incerti ancora molto alto, e poi credo che tutti i sondaggi, per quanto bene possano essere fatti, non riescano a registrare un elemento che solo lo’azione diretta sul campo può darci. Io ho visitato molti collegi marginali e nonostante quello che dicono i sondaggi, non ho visto gente entusiasta per i conservatori, né persone profondamente convinte di votare Nick Clegg. Certo, c’è un consenso per questi partiti, ma non è consolidato, non è quel tipo di entusiasmo che c’era verso il Labour nel 1997. Tutto può ancora succedere e le ultime ore sono determinanti. (Forse è per questo che Bryant appare scettico nel rispondere a domande sui futuri scenari, sull’”hung parliament”, e su possibili alleanze coi libdem, ndr).

Cosa pensa invece dell’ipotesi del voto tattico a sostegno dei candidati libdem dove il labour non può proprio farcela?
Per fortuna non ho questo problema: nel mio collegio ho una maggioranza inintaccabile (68 per cento). Ma credo che la questione vada affrontata nella sua complessità: abbiamo un sistema elettorale molto bizzarro che non permette davvero agli elettori di scegliere. Io credo che sia venuto il momento di cambiarlo, di dare davvero ai cittadini la possibilità di votare il loro candidato preferito, ma anche di mettere in ordine di preferenza gli altri, cosicché la scelta dell’eventuale governo di coalizione viene sottratta ai negoziati tra partiti.

L’Europa è stata un tema marginale in questa campagna. Dal suo osservatorio che ragione te ne è fatto?
Ci sono due questioni, correlate tra loro. Da un lato l’Europa attualmente è debole, incapace di rispondere alla crisi, sta progressivamente sparendo dallo scenario politico internazionale. A Madrid come a Berlino è in corso quella che io chiamo la ri-nazionalizzazione del dibattito politico: questo è un problema serio, che ci riguarda tutti, che non è specificatamente inglese.
Dall’altro le questioni europee sono state marginali in questa campagna per una precisa volontà dei media: a parte qualche occasione quando si discuteva di deficit greco o di immigrazione, per il resto non si è voluto dare a questo tema il risalto che merita, soprattutto perché da molti veniva visto solo come un punto debole dei tories, un tema sollevato dal Labour per mettere in difficoltà l’avversario.
Le due questioni comunque stanno insieme perché quello che molti hanno sottovalutato è che la vittoria di Cameron si configura come l’ascesa sulla scena politica europea del primo leader euroscettico in una grande nazione, cosa che in un momento di incertezza avrebbe il potere di spostare radicalmente i termini del dibattito. Gli euroscettici polacchi o la Lega in Italia potrebbero immediatamente trovare nuova linfa dalle sue proposte per l’abbandono di alcune politiche comuni. Questa è una cosa che hanno capito Merkel e Sarkozy, anche perch´vivono le stesse spinte eurofobiche all’interno dei loro partiti, ma che in molte altre capitali europee si fatica a capire.

Non crede che anche il Labour avrebbe potuito fare di più per far crescere la coscienza europeista in questo paese?
I francesi e gli olandesi hanno detto no alla costituzione europea, non gli inglesi. I tedeschi, non gli inglesi, si oppongono ora alle misure europee a sostegno della Grecia. Io credo che, pur in condizioni nazionali ed europee estremamente difficili, noi abbiamo fatto del nostro meglio per tenere alta la partecipazione inglese al progetto europeo. E orgogliosamente penso che se in questo momento le proposte di isolazioniste dei tory non sono patrimonio condiviso dell’opinione pubblica inglese, lo si deve principalmente al lavoro di promozione e difesa dell’Unione europea che ha fatto il Labour negli ultimi dieci anni.

Comunque vadano a finire le elezioni, esse segnano la fine di una fase quindicinale, quella del New Labour. Molte politiche introdotte da Blair sono già state ampiamente modificate, basti pensare al massiccio intervento dello stato in economia a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Che giudizio dà di quella esperienza?
Se guardo a questo paese, alle sue trasformazioni politiche, sociali, economiche e culturali negli ultimi dieci anni, non posso che dare un giudizio estremamente positivo: siamo un paese moderno, dinamico, progressista. E questo grazie al New Labour. Molti pensano che il New Labour fosse semplicemente uno slogan, un programma elettorale. Si è trattato invece di un profondo processo di rinnovamento culturale e politico, qualcosa che ora fa parte integrante della nostra identità, e che non potrà essere disperso, neppure se dovessimo perdere le elezioni

Pubblicato su Europa di oggi.

2 Risposte to “GE2010: «Il New Labour non e’ stato solo uno slogan»”

  1. federico said

    MA CHE VADA APRENDERLO INCULO IN BIRMANIA.

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