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GE2010: Ma l’Inghilterra progressista non tornera’ indietro

Posted by homoeuropeus su 6 maggio 2010

Per più di dieci anni il termine “progressive” in Gran Bretagna è stato un sinonimo di laburista, anzi più esattamente di chi, all’interno del partito di Blair e Brown, si faceva portatore di quella visione moderna e innovatrice che è stata al centro progetto New Labour. «Ma non è stato sempre così – spiega Sunder Katwala, segretario della Fabian Society, una delle più antiche organizzazioni politico-culturali laburiste – anzi, senza dover andare con la memoria ad epoche storiche ormai lontane, nel 1997 l’idea di un’alleanza progressista in funzione anti-tory fu al centro di trattative molto concrete tra Blair e il leader libdem Paddy Ashdown». Poi la schiacciante vittoria elettorale del Labour ha chiuso definitivamente quel capitolo, consegnando al New Labour il ruolo di partito egemone della sinistra moderata ed innovatrice non solo in Inghilterra ma in tutta Europa.

Alla vigilia delle elezioni più incerte del dopoguerra il dilemma dei progressisti d’oltremanica sembra tornare d’attualità: da un lato i libdem sono crescitui nei sondaggi e il loro leader Nick Clegg si è chiaramente proposto come la vera alternativa ai conservatori, il nuovo Blair, il leader di un rinnovato fronte progressista; dall’altro, pur in violazione dello statuto del partito, molti esponenti del governo hanno apertamente invitato a sostenere i candidati libdem in funzione anti-tory laddove il Labour non ha possibilità di vincere.

Ma c’è qualcosa di più profondo, rispetto ad una tattica elettorale: comunque finiscano queste elezioni, quello che si apre in Gran Bretagna è un ciclo politico nuovo, di fronte al quale tutti i vecchi partiti sono chiamati in causa.

«È da anni ormai – prosegue Katwala – che noi della Fabian Society abbiamo posto il tema del rapporto coi libdem come prioritario per il rinnovamento del Labour: certo, non tutte le loro posizioni possono essere definite progressiste ed anzi alcuni delle loro proposte e dei loro valori non sono compatibili con una visione egalitaria della società. Penso al tema della povertà infantile, o della integrazione razziale. Credo tuttavia che su altre tematiche, come ad esempio il tema delle libertà civili, la loro posizione sia meno chiusa ed autoritaria di quella ufficiale del Partito laburista».

Anche per Jessica Asato, direttore di Progress, il think-tank blairiano che ha aiutato a costruire il New Labour, la questione del rapporto con i liberaldemocratici è centrale, «soprattutto nel caso di un hung parliament». «Se vogliamo che questo secolo sia il secolo progressista –aggiunge la giovane dirigente – dobbiamo però essere capaci di smascherare le loro ambivalenze: non posso dimenticare che nel settembre dello scorso anno David Cameron ha dichiarato che tra le posizioni politiche dei due partiti c’era solo una “cartina di sigaretta” e che comunque Nick Clegg non ha mai escluso un’alleanza coi tory».

Jessica Asato non esclude la possibilità di alleanza tra i partiti ma sottolinea che, comunque, «il rinnovamento del Labour non può essere ridotto semplicemente alla questione dell’alleanza coi libdem» e anzi ritiene che «un rinnovamento profondo dei libdem, non solo di facciata, sia prioritario a qualsiasi discorso sulle alleanze». Per questo, proprio come il suo mentore Blair, si oppone a qualsiasi apertura al voto tattico: «bisogna che ognuno voti per i valori in cui crede, anche se hanno poche possibilità di vincere, perché solo così quei valori possono diventare maggioritari».

Di opinione assolutamente opposta Neal Lawson, fondatore e presidente di Compass, gruppo di pressione della sinistra laburista, che ha invitatop i suoi membri ad usare il voto tattico per fermare l’avanzata dei tory.

«Anche se i libdem rivendicano un’equidistanza da entrambi i principali partiti – spiega Lawson – non si può negare che le loro radici sono nel centrosinistra e che su molte questioni, dalla guerra in Iraq alle libertà civili, siano stati in questi anni molto più progressisti del Labour».

Pur invitando a votare i candidati liberaldemocratici, Lawson tiene a precisare che una futura fusione dei due partiti «non è ipotizzabile, e non sarebbe neppure giusta», ma che comunque il tema della cooperazione e della contaminazione è ormai all’ordine del giorno. «La politica inglese negli ultimi decenni – prosegue – è stata caratterizzata da due principali partiti che si fronteggiavano. Ora la contrapposizione non è più fra partiti, ma tra “accampamenti”, fatti di varie tende: il Labour, i libdem, i verdi, partiti radicali minori, da un lato; i tory, i nazionalisti, gli indipendentisti dall’altro».

Nella visione di Lawson, le singole tende devono mantenere l;a propria autonomia e la propria identità, ma devono «imparare a costruire insieme risposte più avanzate sui temi sui quali ci può essere collaborazione». Parlando del suo partito, il presidente di Compass insiste che «ormai non è più ipotizzabile che il Labour possa rappresentare l’intero schieramento progressista, perché al massimo può essere la sua componente social-democratica con una spruzzata di neo-liberalismo, e solo il mantenimento di un sistema elettorale distorto rende pensabile che possa ambire a governare ancora da solo in futuro».

Il futuro del movimento progressista britannico, quindi, dipenderà in parte dall’esito delle elezioni e dall’eventuale riforma elettorale.

«Se la legge elettorale non cambia – precisa ancora Katwala – difficilemente ci potrà essere una alleanza strategica coi libdem, ma per continuare ad essere egemone, il Labour dovrà comunque porsi il problema di rispondere alle richeste che vengono dall’ampio schieramento dell’elettorato progressista».

Pubblicato su Europa oggi.

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