Homo Europeus

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Tony e il suo Labour sempre New

Posted by homoeuropeus su 9 luglio 2011

Un’uscita pubblica di Blair, una delle pochissime in cui accetta di parlare del suo partito al suo partito, e per di piu’ nel quindicesimo anniversario dalla fondazione di Progress, era un’occasione troppo interessante per non parlarne su questo blog. Questo e’ l’articolo che ho scritto per Europa.

Sembrava di stare ad un ritrovo di compagni di scuola che non si vedono da anni, con gli ex-ministri Tessa Jowell, Charlie Falconer, Lord Sainsbury, Stephen Twigg, lo spin doctor Lance Price e molti altri fedeli alleati dei tempi del governo New Labour, che si baciavano e abbracciavano, lieti di ritrovarsi.

Anche il luogo scelto era simbolico, quella stessa sala del centro congressi Church House, alle spalle di Westminster, in cui nel 1994 Blair era stato proclamato leader del partito. Sarebbe dovuta essere un’occasione conviviale per festeggiare i quindici anni di Progress, l’organizzazione che egli stesso aveva fondato e che in questo periodo è sempre stata il pensatoio dei modernizzatori del Labour.

Col fiuto che ha sempre contraddistinto la sua carriera politica, Tony Blair ha deciso di non lasciarsi sfuggire queste fortunate coincidenze simboliche, e di tornare a parlare «di Labour party coi membri del Labour party», dopo più di quattro anni in cui, secondo la sua stessa ammissione, ha cercato di essere «ragionevolmente attento a non apparire come quei vecchi pensionati sempre pieni di buoni consigli e critiche per chi ha preso il loro posto». Lo ha fatto cercando di non essere eccessivamente intrusivo nel dibattito interno, e anzi ripetutamente dichiarando la sua stima e fedeltà verso Ed Miliband.

Blair è comunque consapevole che sia questo il momento giusto per imprimere una nuova svolta al partito ed evitare che la leadership di Ed si riduca a commettere gli stessi errori del passato, ad abbracciare quella che Blair definisce «una ritirata nelle zone in cui ci si sente sicuri e a proprio agio, a fare da eco alle proteste, ma evitando di prendersi le responsabilità di governare».

Davanti a un pubblico amico, i fedelissimi, ma anche molti giovani, Tony Blair presenta un decalogo che è al tempo stesso un atto di fede personale – punto uno: «io sostengo il Labour party ed il suo leader. Alle prossime elezioni farò campagna per un primo ministro laburista» – una strenua difesa del suo operato al governo – punto due: «io ho guidato un governo progressista» – e una piattaforma per il futuro– punti dal tre al dieci, per «tornare dove le grandi scelte sono fatte: al governo».

Una piattaforma che cerca di smontare alcune delle false certezze in cui la sinistra rischia di rinchiudesi quando perde le elezioni: «c’è una tendenza genetica nel Dna della sinistra ad attribuire la sconfitta ad un leader che non è stato abbastanza fedele ad una visione e a politiche di sinistra tradizionale», spiega Blair. Aggiungendo che la contraddizione di questa analisi sta nel fatto che nella maggioranza dei casi la sinistra perde nei confronti dei partiti di centro, non alla sua sinistra. Ma resta comunque l’analisi più diffusa a livello globale, un’analisi a cui tutti vengono richiesti di uniformarsi: «qualsiasi interpretazione diversa è una distrazione, se non un atto di sfiducia».

Ma Blair vuole comunque sfidare questa corrente, ribadendo che quelle politiche comunemente note come terza via di cui continua a definirsi uno strenuo difensore «erano e rimangono progressiste», sia quelle comunemente accettate come tali (il salario minimo, gli investimenti per l’infanzia, la devolution, le civil partnership) sia quelle considerate invece una svolta verso destra e una deviazione dalla tradizione: la riforma dei servizi pubblici, quella della sanità, quella delle tasse universitarie, le politiche per combattere il crimine e, ovviamente, quelle dell’interventismo liberale.

Si può permettere di scherzarci su, dicendo che «alcune di queste politiche sono addirittura sostenute da persone che tradizionalmente non voterebbero Labour », ma invita comunque a non cadere nella trappola dei Conservatori, che «dicendo che vogliono portare avanti le mie stesse politiche– spiega Blair – vi vogliono far credere che siano politiche conservatrici, in modo che noi abbandoniamo le politiche che ci hanno fatto vincere».

Nel ventunesimo secolo per Blair è inevitabile che ci siano convergenze e sovrapposizioni fra la destra e la sinistra, ma ciò che deve rimanere chiaro è la necessità di cambiare, «cambiare e adattare le proprie politiche ai mutamenti dei tempi, per restare fedeli ai propri principi». Il rischio, se non si diventa capaci di adeguarsi, è per Blair che «principi e valori in cui crediamo diventino un rifugio dal mondo e non una piattaforma per cambiarlo davvero».

Pur riconoscendo che il 1994 non è il 2011 e che alcune questioni sono completamente differenti, Blair rivendica la continuità di un atteggiamento vincente, «aperto, creativo, moderno, che combatte per quello che io chiamo il centro radicale, sempre all’avanguardia rispetto al futuro, mai alla ricerca di giustificazioni per tornare al passato».

E a rafforzare questa sua visione, a chi gli chiede se non sia il caso di smettere col chiamarlo New Labour, un nome che per molti risulta ostico se non offensivo, Blair risponde che «senza bisogno di sentirsi offesi, basta la matematica a farci dire che quello che era New nel 1994 non lo è più diciassette anni dopo», ma aggiunge subito che non bisogna cambiare l’attitudine che stava dietro a quel mutamento di nome, e bisogna «sempre avere il coraggio e l’intelligenza di modificare le nostre politiche al fine di rimanere fedeli ai nostri valori e farli dominare in un mondo che è in continuo cambiamento»

Porta come esempio le accuse, che gli sono state rivolte spesso, di avere guidato un governo amico dell’impresa, rivendicando che «non si può perseguire una politica progressista di creazione di posti di lavoro, continuando ad attaccare quelli che questi posti di lavoro li devono creare» e spiegando, con una visione che egli stesso definisce «eretica», che per uscire dalla crisi finanziaria bisogna smettere di preoccuparsi di come controllare le banche e cominciare invece a preoccuparsi di come rimettere in moto l’economia, ricreando fiducia negli investimenti.

Parla della primavera araba, della sua Fondazione per il dialogo religioso, della riforma del budget europeo, dell’importanza delle nuove tecnologie e del suo primo telefonino, ricevuto in regalo quando ha lasciato Downing Street («sarebbe stato un disastro averlo prima»), ma è quando attacca gli avversari e difende il New Labour che si illumina come ai vecchi tempi: «ci possono essere cose che fa il governo su cui siamo d’accordo, ma ricordiamoci sempre che si tratta di un governo conservatore, nonostante quei quattro turisti politici sperduti dietro a una mappa sbagliata che che si chiamano Lib Dems».

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