Homo Europeus

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Uno (anzi mille) community organiser per salvare il Labour

Posted by homoeuropeus su 8 giugno 2010

Il partito degli spin doctor va definitivamente in pensione: ora anche il più blairiano dei candidati alla leadership del Labour, David Miliband, si è convertito al nuovo paradigma della politica, quello del community organising che è stato alla base della vittoria di Obama negli Usa e che sembra essere la chiave per impostare e vincere qualsiasi battaglia politica.

Lo ha annunciato lo stesso ex pupillo di Tony (che peraltro è appoggiato proprio dai due maestri della manipolazione informativa che hanno creato il fenomeno Blair, Peter Mandelson e Alastair Campbell), nel corso di un seminario a porte chiuse, sabato scorso a Londra. Si è trattato del primo di una serie di appuntamenti attraverso cui Miliband costruirà il suo Movement for Change, un esercito di community organiser che debbono radicare una presenza forte del Labour sul territorio e fornire un canale di comunicazione nuovo tra la leadership e gli elettori, in sostituzione dei focus group e dei sondaggi che hanno caratterizzato l’ascesa del New Labour.

«Dobbiamo costruire un partito in cui chi siamo conta più di quello che facciamo, in cui le persone, con la loro vita, vengono prima dei programmi», ha detto Miliband, in maniche di camicia e senza cravatta, a un centinaio di attivisti convocati di prima mattina per un evento seminariale dal format innovativo. Nessun palco, nessun podio, nessuna separazione fisica tra speaker e audience, anzi, nessuno speaker ufficiale: c’erano nove tavoli tondi, ad ognuno dei quali i presenti venivano invitati a prendere posto, senza nessun ordine particolare. Ad ogni tavolo un “facilitatore” stimolava il dibattito, con domande personali e dirette agli altri, mentre David, come uno sposo durante i festeggiamenti matrimoniali, passava da tavolo a tavolo per ascoltare i suoi ospiti, dialogare con loro, integrare la discussione.

Un paio di parlamentari, qualche rappresentante del governo locale, un manipolo di funzionari del partito, ma soprattutto tanti semplici iscritti, tutti stimolati al loro tavolo a chiedersi «perché credi in questo partito» o «quando ti sei sentito maggiormente deluso dalla sua leadership». Tutti sembravano particolarmente sorpresi del metodo: pur sapendo che ci sarebbe trattato di una attività interattiva, si aspettavano la solita sessione di questions and answers e non credevano di dover essere costretti a spiegare allo stesso Miliband le proprie motivazioni politiche. C’è chi, come il parlamentare Mike Gapes, racconta che si è iscritto al Labour a vent’anni per combattere contro l’apartheid e chi, come il giovane figlio di immigrati pakistani, spiega che il Labour è l’unica organizzazione dove persone di diverse comunità etniche e religiose hanno la possibilità di incontrarsi e discutere. David annuisce, e prende appunti, dice che «dobbiamo ritornare a essere radicali, e continuare a essere inclusivi».

Stando in piedi tra i tavoli nel mezzo della sala, in un breve saluto finale, Miliband ha aggiunto che «sarebbe bello se tutte le nostre riunioni di partito cominciassero con una riflessione sul perché siamo qui, piuttosto che andare direttamente all’ordine del giorno: ci aiuterebbe a conoscerci meglio, a rafforzare la nostra partecipazione, a coinvolgere altri». E proprio il coinvolgimento di nuove forze sembra essere uno dei principali problemi che il Labour si trova a dover affrontare per poter svolgere con efficacia il suo ruolo di opposizione. Le iscrizioni individuali al partito raggiungono appena le 150mila unità, mentre tra adesioni collettive e affiliati sindacali si supera di poco quota 650mila: una cifra preoccupante, risultato anche di quell’approccio verticistico che ha caratterizzato la gestione del Labour negli ultimi quindici anni.

«Sarebbe sicuramente più facile lanciare una grande campagna nazionale, dire ai nostri iscritti che cosa fare – ha proseguito David per spiegare il suo nuovo progetto – ma non è questo il tipo di partito che io voglio candidarmi a guidare: io voglio un partito aperto, democratico. Un partito che sappia valorizzare le persone che ne fanno parte». Per questo una parte dei soldi che Miliband riceverà per la sua campagna da leader saranno utilizzati per il progetto Movement for Change, elaborato dal College for Community Organising di Londra, che mira a coinvolgere almeno mille iscritti in corsi di formazione e attività locali: non piccoli leader politici, ma veri e propri rappresentanti del territorio, persone che ne conoscono i problemi in prima persona e che agiscono localmente per risolverli. Questi community organiser si faranno promotori di incontri con la cittadinanza, nei salotti delle case e ai tavoli dei pub, per ascoltare i problemi e le preoccupazioni dei cittadini e per cominciare a lavorare con loro alla ricerca delle soluzioni.

«Alla fine, che vinca o perda la mia sfida – ha spiegato David – il partito sarà più forte e più radicato». Si tratta anche di una risposta a quelli tra i suoi critici che vedono in Miliband un giovane ambizioso, con grandi doti per fare il primo ministro, ma incapace e poco disposto a fare il leader di un partito d’opposizione. E lo stesso Miliband sembra voler dar ragione a questi critici quando, con una piccola gaffe, sottolinea che lo stesso metodo di coinvolgimento della base verrà usato non solo nella campagna per diventare leader, ma anche «quando sarò primo ministro». Una piccola pausa e poi si corregge: «Nel guidare il partito in opposizione e poi quando torneremo al governo ».

È consapevole dei propri limiti Miliband, e del rischio che apparire il candidato dei deputati, degli apparati sindacali, dei ricchi supporter del Labour non può certo fargli guadagnare le simpatie di una base che, tradizionalmente, sta più a sinistra della sua leadership. Per questo ha voluto dare un’impostazione più movimentista alla sua campagna, ricostruendo un dialogo con gli iscritti del partito, per mandare in soffitta il New Labour blairiano e costruire, nel segno di Barack Obama, quello che sarà il Next Labour.

Col titolo “Per Miliband la politica e’ ‘community organising'” questo articolo e’ stato pubblicato oggi su Europa.

3 Risposte to “Uno (anzi mille) community organiser per salvare il Labour”

  1. Lucio said

    illuminante! come al solito…
    pensa che nel mio paese, che tu non so se conosci bene, si sta arrivando ora a capire cosa sono e a che servono gli spin doctor. se si prova a parlare di community organiser si viene guardati con grande perplessità, e pure un po’ di sospetto.
    però un giorno ci arriveremo anche qui a capire cos’è e a cosa serve🙂

  2. Lucio, conosco bene il tuo/mio paese (actually, siamo entrambi veneziani!) e la cosa che piu’ mi fa effetto e’ che da noi si adottano le tecniche ma non le strategie, per cui sono sicuro che alle prossime elezioni saranno tutti a parlare di community organising ma a nessuno importera’ davvero costruire un vero radicamento politico locale…

  3. […] dopo, quando ho deciso di impegnarmi in prima persona e con un ruolo di coordinamento locale nella campagna di David Miliband per diventare leader del partito laburista. Non era una campagna facile, […]

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