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GE2010: «E’ la fine della premiership presidenziale»

Posted by homoeuropeus su 7 maggio 2010

   

 

Nella notte tra il primo e il due maggio 1997, erano da poco passate le tre, John Major scese nella sala stampa del quartier generale conservatore e riconobbe la sconfitta del suo partito. Poi salì nel suo ufficio e telefonò a Tony Blair per congratularsi. Poche ore dopo Blair si insediava nell’ufficio del primo ministro a Downing Street, dove Major aveva avuto la cortesia di lasciare solo una bottiglia di champagne e un messaggio di auguri per chi si apprestava a fare «il più bel lavoro del mondo».

I camion dei traslochi ci avevano messo poche ore a portare via tutto, anche se da mesi ormai la vittoria di Blair era talmente scontata che Major aveva perfino dato autorizzazione che il leader dell’opposizione potesse avere le piantine del palazzo per poter organizzare al meglio il suo trasferimento.

«Le transazioni veloci sono una caratteristica del nostro sistema istituzionale – spiega George Jones, professore emerito alla London School of Economics e decano degli studi sui primi ministri inglesi – perché qualsiasi periodo di incertezza o di assenza di governo provocherebbe uno sbilanciamento nell’equilibrio dei poteri e forzerebbe la monarchia ad assumere le funzioni esecutive che le sono state sottratte fin dal Bill of Rights nel diciasettesimo secolo».

Questa volta però potrebbero passare settimane prima che si formi un nuovo governo?
Se domattina (oggi per chi legge ndr) uno dei partiti dovesse avere la maggioranza assoluta dei voti o risultare notevolmente avanti nel numero dei seggi, il suo leader sarebbe immediatamente investito dell’incarico di formare il nuovo governo. Potrebbe esere un governo effettivo o un governo di minoranza se gli mancassero pochi seggi per avere la metà più uno dei parlamentari.

Come può funzionare un governo di minoranza?
Abbiamo l’esperienza del governo Callaghan, a metà degli anni Settanta, che perse la sua maggioranza a causa di sconfitte nelle elezioni suppletive e defezioni nel Partito laburista. Durò pochi mesi ma confidava nell’impossibilità dell’opposizione di allearsi contro il governo. Certo questa volta sarebbe più difficile, data la situazione economica: credo che qualsiasi governo debba avere ampio consenso per attuare le necessarie misure di contrasto che devono essere prese. Ma forse per alcuni mesi potrebbe funzionare un governo di minoranza con l’appoggio dei partiti nazionalistici.

E se invece nessun partito potesse vantare una chiara vittoria, che cosa succederebbe?
Si configura l’ipotesi di un hung parliament e di un governo di coalizione. La discussione costituzionale in corso è tra chi sostiene che il leader del partito con più seggi debba ricevere l’incarico e chi, come me, ritiene invece che sia il primo ministro in carica a dover provare a costruire la coalizione: non lo dico per supportare Gordon Brown, ma perché il sistema non può funzionare con un primo ministro in carica ed un primo ministro in pectore che fa le trattative per sostituirlo.

Perché l’Inghilterra sembra temere così tanto il governo di coalizione?
Abbiamo avuto governi di coalizione per buona parte del ventesimo secolo, e non sono stati poi così terribili. Anche il governo lib-lab della seconda metà degli anni Settanta fu tutto sommato una esperienza felice. Il problema di fondo è che si associano i governi di coalizione ai periodi di crisi, alle scelte drammatiche della guerra, alle difficoltà economiche. Si dice che i governi di coalizione abbiano ricadute negative per i mercati finanziari, ma in realtà i mercati temono l’instabilità, non le coalizioni. Anzi, se si creasse una coalizione forte fra due o più partiti per affrontare la riforma del sistema economico e finanziario, i mercati avrebbero tutto da guadagnarci.

Che altri vantaggi potrebbe avere un governo di coalizione?
Io credo che un governo di coalizione imporrebbe un ripensamento complessivo del modo in cui funziona l’esecutivo, togliendo poteri al primo ministro e aumentando la collegialità delle decisioni. Questo è uno delle più discusse eredità che ci lasciano i tredici anni di governo laburista. Sicuramente si tratta di un processo iniziato da Margaret Thatcher, e che in parte è anche una conseguenza inevitabile delle trasformazioni politico-economiche della nostra società, ma con Blair la configurazione presidenziale ha raggiunto il suo apice, con la creazione di un apposito dipartimento al servizio del primo ministro. L’accentramento di eccessivi poteri a Downing Street ha portato di fatto alla creazione di un sistema presidenziale, senza le garanzie di un sistema presidenziale. E queste elezioni non hanno fatto che accrescere il problema.

Si riferisce ai dibattiti televisivi tra leader?
Precisamente. Hanno distorto la campagna elettorale, creando l’idea che con il proprio voto i cittadini possano scegliere il capo del potere esecutivo, che in qualsiasi seggio dell’Inghilterra si possa votare per Clegg, Brown o Cameron. Poi verranno a spiegarci che il sistema non ha funzionato, ma col sistema dei collegi uninominali le dinamiche di voto sono diverse. Molti pensano che io ormai sia vecchio e non capisca l’uso delle nuove tecnologie, ma invece io ho studiato l’elezione di Barack Obama e credo che questa campagna avrebbe potuto essere migliore se si fossero usati più strumenti interattivi, twitter, blog, forme che comunque permettono agli elettori di interagire, non solo di subire passivamente il messaggio che i media ci vogliono trasmettere.

Crede davvero che quelle appena concluse siano le elezioni più incerte della storia inglese?
Sicuramente le più incerte che io mi possa ricordare. Nel febbraio 1974 ci fu una competizione molto serrata, che portò ad un hung parliamente a nuove elezioni in ottobre: ma in entrambi i casi ci si aspettava una vittoria laburista, che arrivò alla fine, anche se con solo tre voti si scarto. Anche nel 1992 ci fu un risultato a sorpresa, perché tutti i sondaggi pronosticavano la vittoria di Kinnock e invece vinse Major. Ma appunto, c’erano sondaggi e impressioni molto chiare, che poi potevano essere confermate o smentite. Oggi invece non c’è proprio la percezione di che cosa aspettarsi.

Pubblicato su Europa di oggi.

Una Risposta to “GE2010: «E’ la fine della premiership presidenziale»”

  1. Stefano Canu said

    Buon articolo. L’ho capito pure io!

    Ciao Stefano

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