Homo Europeus

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GE2010: Cameron inciampa sulla “race card”

Posted by homoeuropeus su 14 aprile 2010

Non più di quarantamila immigrati all’anno per legge, un taglio di un quinto rispetto alle cifre attuali: questa è la promessa-buccia di banana su cui è scivolato ieri David Cameron.

Schiacciati tra l’esigenza di essere un partito credibile soprattutto sui temi economici e la necessità di rispondere a una crescente onda populista che rischia di erodere consensi alla loro destra, i Tory hanno commesso il loro primo grave errore di questa campagna elettorale.

Un errore di sostanza, che ha fatto infuriare il mondo del business e rischia di compromettere la fragile credibilità che Cameron stava difficilmente ricostruendo in quell’ambiente, soprattutto negli ultimi giorni, quando centinaia di imprenditori avevano appoggiato la sua proposta di annullare l’aumento della National Insurance voluto dal governo.

Poi ieri mattina, la doccia fredda: prima ancora che il programma elettorale del partito fosse ufficialmente annunciato, il Financial Times attaccava in prima pagina la proposta dei conservatori di mettere un tetto annuale al numero di lavoratori immigrati ammessi nel paese. Un piano che «può mettere a rischio la nostra competitività», lo definisce David Gardener della Kpmg, che rappresenta più di diecimila piccole imprese inglesi.

Il tetto annuale proposto da Cameron è una alternativa radicale al sistema di permessi di soggiorno a punti introdotto dal Labour per agevolare l’immigrazione soltanto in quei settori dove esiste una reale mancanza di manodopera locale. Il sistema attualmente in vigore, infatti, secondo Cameron, e secondo molta parte dell’opinione pubblica, non ha impedito che un esercito di lavoratori sbarcasse sulle coste inglesi e trasformasse lo stile di vita e le tranquille abitudini di molte piccole realtà industriali. La proposta dei Tory, invece, vuole decurtare il numero delle persone a cui viene consentito di entrare in Gran Bretagna ogni anno, non solo per salvaguardare l’occupazione locale, ma anche per impedire quella degenerazione della vita sociale che viene tradizionalmente connessa all’influsso degli immigrati.

Per questo motivo, oltre alle preoccupazioni e alle critiche espresse dal mondo del business, Cameron ha ricevuto anche i duri attacchi del Partito laburista, che lo ha accusato di voler usare la “race card” come facile risposta alle crescenti preoccupazioni di molti cittadini inglesi per le trasformazioni economiche e sociali in atto.

La Gran Bretagna, come e forse ancor più delle altre potenze europee, vive il problema di un mutamento profondo nella composizione sociale e demografica della popolazione e di una diversa riorganizzazione delle struttura produttiva: il risultato è una sempre minore disponibilità di manodopera a bassa qualificazione e un aumento della forza lavoro immigrata, per fare fronte alla competitività delle economie emergenti.
Per queste ragioni la baronessa Jo Valentine, direttore generale di London First, la compagnia che rappresenta gli interessi delle grandi società di Londra, ha attaccato il piano conservatore come «privo di qualsiasi logica» e studiato unicamente per «rispondere alle sirene populiste».

Cameron infatti deve evitare che una fetta del suo elettorato tradizionale si sposti, come alle precedenti elezioni europee, verso formazioni più radicali di destra (come il British National Party e l’UK Independent Party) perché i conservatori non sanno contrastare in modo rigido il fenomeno dell’immigrazione.

Ma con la proposta di ieri il leader tory dimostra la difficoltà che anche un moderno partito di centrodestra deve fronteggiare per costruire risposte credibili e a lungo termine sul tema, senza cadere nella trappola delle facili risposte demagogiche.

Pubblicato oggi su Europa.

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