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GE 2010: E il Labour riscopre il popolo

Posted by homoeuropeus su 10 aprile 2010

Proseguo, con un altro articolo pubblicato su Europa di oggi, la serie GE2010 sulle elezioni politiche inglesi.

David Beckham, Gordon Brown e Wayne Rooney

La campagna elettorale inglese s’infiamma sulle questioni economiche, con scontri tra il governo laburista, che ha appena introdotto un aumento della National Insurance, i contributi obbligatori per la scurezza sociale, e l’opposizione conservatrice che promette un taglio delle tasse ma non riesce a specificare come intende fare fronte al previsto mancato introito.

Per dieci anni il principale successo del governo Blair era stato proprio la stabilità economica, con l’inflazione controllata e uno dei più alti tassi di occupazione in Europa. A tal punto il Labour sembrava imbattibile su questo fronte, che David Cameron, appena eletto leader dell’opposizione dichiarò che le questioni sociali e non l’economia erano ora il perno della nuova politica dei Tory.

Poi è venuta la crisi economica globale, il crollo del sistema finanziario internazionale, il fallimento delle banche: il clintoniano «it’s the economy, stupid»è tornato ad essere la chiave per vincere le elezioni.

I tanto decantati successi laburisti, però, sono diventati un terreno poco solido su cui costruire le politiche economiche: la mancata regolazione dei mercati finanziari, che ora Brown e il cancelliere Darling cercano di attribuire all’eredità di Margaret Thatcher, è stata in realtà uno dei tratti distintivi delle politiche del New Labour, uno dei motori del boom economico e della trasformazione di Londra nel centro internazionale della nuova finanza, ma anche una delle cause principali della crisi economica.

I laburisti, grandi protettori nell’ultimo ventennio di banchieri e finanzieri, sono diventati all’inizio di questa campagna i difensori del ceto medio, promettendo un aumento della pressione fiscale per i più ricchi ed un programma di “investimento per la crescita”, cioè spesa pubblica finalizzata a sostenere i redditi dei meno abbienti e a promuovere nuova occupazione.

Il problema del deficit non è per Brown così urgente: il suo obiettivo è quello di arrivare ad un dimezzamento per la fine della prossima legislatura. Più importante per il Labour è il principio di non «mettere a rischio la ripresa», uno slogan per attaccare il piano di taglio alla spesa pubblica che propongono i Tory. E per rendere ancora più comprensibile la sua ricetta, Brown si spinge in un paragone calcistico con l’infortunato Wayne Rooney: bisogna che le cure durino il tempo necessario e facciano effetto prima di riprendere le partite, altrimenti il rischio è che il bomber inglese, in forma non perfetta, crolli durante i prossimi mondiali.

Se il Labour fa appello ai voti popolari, i Conservatori si trovano a proprio agio nel rispondere con un programma che strizza l’occhio al mondo dell’impresa: ridurre il deficit in modo drastico nei primi due anni di governo, attraverso un radicale taglio della spesa pubblica accompagnato dalla diminuzione delle tasse alle imprese per renderle più dinamiche e competitive.

Un piano che potrebbe anche piacere ai vertici delle aziende, che infatti si stanno lentamente avvicinando ai Tory, ma che è ancora troppo vago e generico per poter essere credibile. Non si riesce infatti a capire quali siano i servizi essenziali che Cameron ha promesso di non tagliare e le cifre del cancelliere ombra non sembrano quadrare: i risparmi dei tagli non permettono di coprire completamente la riduzione delle imposte alle imprese e rimane un mistero come il giovane Osborne possa riuscire a portare avanti il suo piano senza nuovi balzelli.

Molto critici verso le proposte dei conservatori sono anche i Lib-Dems, il cui cancelliere Vince Cable rimane una delle più acute menti economiche inglesi, l’unico che da anni avvertiva dell’imminente crollo del sistema dei prestiti: pur considerando la previsione laburista troppo lenta, essi ritengono che i tagli previsti dai Tory fin dal prossimo anno siano troppo azzardati, e insinuano l’idea che Osborne possa introdurre un’aumento dell’Iva per recuperare il gettito della tassa alle imprese.

Nonostante l’aperto appoggio di molti leader d’azienda (che hanno firmato una lettera contro l’aumento della National Insurance), i Conservatori rimangono ancora poco credibili all’interno del mondo dell’impresa e della finanza: secondo i sondaggi di settore la flemma di Brown sembra più apprezzata della vivacità di Cameron (33 contro 27 per cento) e quando si passa ai rispettivi cancellieri Osborne viene considerato meno credibile perfino di Alistair Darling, la cui poltrona è stata a lungo a rischio proprio per lo scarso successo che riscuoteva tra impreditori e businessman.

Nonostante questa netta e chiara contrapposizione tra le ricette dei due pricipali partiti, il mondo della city non sembra ancora essersi decisamente schierato: c’è chi apprezza il lavoro fatto fino ad ora dal Labour, compreso l’enorme stimolo fiscale dei mesi scorsi, e chi invece vorrebbe una più netta ed incisiva azione di riduzione della spesa pubblica.

Forse il risultato delle elezioni è ancora così incerto proprio perchè nessuno dei due partiti è davvero riuscito a convincere i padroni del sistema economico di quale sia la ricetta migliore per fare fronte alla crisi finanziaria, per uscire dalla recessione e per rilanciare l’occupazione. Anzi, in molti nel mondo del business e della finanza cominciano a guardare con estremo interesse all’ipotesi di un “hung parliament”, e di un governo di coalizione che costringerebbe a trovare una soluzione di compromesso tra i troppo drastici tagli dei conservatori e le spese troppo generose dei laburisti.

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