Homo Europeus

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Negli horti florentini, ragionando sull’amicizia ai tempi di Facebook

Posted by homoeuropeus su 26 settembre 2009

boboli

Nei giorni scorsi, approfitando di una breve vacanza fiorentina, ho avuto modo di andare spesso con mio figlio ai giardini di Boboli.
Di solito le mie visite a Boboli sono accompagnate da un dilemma morale: pagare il biglietto di ingresso o approfittare di un privilegio “di casta” -che trovo ingiusto ed immotivato- ed entrare gratis?
L’accesso infatti e’ gratuito per i residenti nel comune di Firenze, gli studenti di architettura e storia dell’arte delle università europee e gli iscritti all’albo nazionale dei giornalisti: mi chiedo sempre chi sia il genio che ha fatto questo elenco, e perche’ io (giornalista) o un qualsiasi studente di architettura possiamo entrare gratis, mentre uno studente di agraria, o un membro della società nazionale di botanica (ammesso che esista) deve pagare prezzo intero.
Anche sull’ingresso gratuito per i residenti fiorentini ho le mie perplessita’, come d’altronde le ho per il medesimo privilegio accordato ai veneziani nell’accedere ai musei civici (personalmente sarei per garantire a tutti accesso libero, come si e’ fatto nei musei inglesi).

Indipendentemente dalle mie fantasie, comunque, il sistema in vigore rimane quello, ed ogni volta che entro vengo assalito dal dubbio se sia moralmente accettabile godere di questo beneficio che reputo ingiusto, o se invece bisognerebbe, coerentemente con la propria visione, rifiutare il privilegio e tutto cio’ che ne deriva.

Questa volta, pero’, il dubbio morale e’ stato meno forte, forse in ragione della crisi economica che si fa sentire nel portafoglio, forse in ragione di un’altra questione sulla quale mi sto arrovellando da mesi ormai.
Una questione non certo originale, dato che gia’ Cicerone, nel primo secolo avanti Cristo, se la poneva, ma che assume un carattere nuovo di fronte alle innovazioni tecnologiche di cui la nostra societa’ puo’ disporre: che cosa sia l’amicizia? E in particolar modo che significato essa abbia ai tempi di Facebook?

La domanda, dicevo, me la sto ponendo da tempo, ma proprio a Boboli e’ emersa nuovamente con forza: infatti, passeggiando tra i viali e le salite del giardino, si discuteva con Massimo e Nicoletta (amici veri, da tempo, di quelli che “scendono in pigiama e prendono anche le botte” tanto per capirsi) di uno strano figuro che per un periodo e’ stato tra i miei amici di Facebook e sui criteri utilizzati per accettare o rifiutare richieste di amicizia.

Come ben sa chiunque frequenti il social network, arrivano spesso richieste di amicizia dalle persone piu’ disparate: il compagno delle elementari, la ragazza che hai conosciuto a cena da un collega la settimana scorsa, quello che ha letto un tuo commento divertente sul wall di un comune amico…
C’e’ chi accetta tutte queste richieste, indiscriminatamente, e chi invece tende a selezionare, sulla base di un suo personale criterio.
Quando ho attivato il mio profilo, quasi cinque anni fa, ormai, non mi ero posto grandi problemi: con un gruppo di persone con cui portavamo avanti un piccolo progetto di volontariato politico avevamo deciso di usare Facebook come alternativa piu’ “umana” a Googlegroup, per potersi scrivere e guardare in faccia al tempo stesso, dato che anche tra noi ci si conosceva poco. Allora Facebook non era molto diffuso in Italia (per nulla direi) e quindi a parte il nucleo di “amici” iniziali non ho avuto per un lungo periodo il problema delle nuove amicizie.

Poi Facebook ha cominciato a diffondersi in Italia (e un modo particolare nel mondo della politica, un ambiente che ho frequentato abbastanza): le richieste di amicizia hanno cominciato ad essere numerose e ho quindi stabilito che avrei accettato solo persone che conoscevo personalmente, persone cioè con cui avevo condiviso una riunione, un anno scolastico, un bicchiere di vino, una corsa nei prati, una litigata.

Un proposito molto difficile da mantenere per due ragioni: la prima e’ che, esssendo cosi’ laschi i criteri, ed avendo nel corso degli anni avuto moltissime conoscenze occasionali, poteva succedere (ed e’ successo) che non riconoscessi subito una persona.
Per un po’ ho provato a chiedere informazioni sulla eventuale conoscenza reale con la persona interessata, ma poi la cosa diventava troppo imbarazzante e quindi ho cominciato ad accettare amicizie da chiunque.

Salvo poi, ad un certo punto, aver deciso di essere infastidito dalle continue informazioni che mi venivano da una varieta’ di persone che mi risultavano assolutamente sconosciute: ho quindi spedito  una lettera a tutti coloro che, pur essendo tra le mie amicizie di Facebook, non pensavo di conoscere “davvero”. I risultati sono stati ancor piu’ imbarazzanti e disastrosi di quanto avessi immaginatom sulla base della precedente esperienza. Con Alessandro avevamo trascorso un week-end a Roma, al Forum della Comunicazione nella Pubblica Amministrazione; con Roberta avevamo condiviso interminabili riunioni della Sinistra Giovanile (prima che lei si trasferisse nei Caraibi); di Marco  mi ero completamente dimenticato, anche se per alcuni anni era stata una presenza costante delle mie giornate… (me lo ha comunque ricordato con lo spirito romanesco che lo ha sempre contraddistinto!)

La seconda ragione e’ invece legata direttamente al mezzo in cui queste “amicizie” si sviluppano: la rete, che, attraverso, blogs, forum di discussione, e-mail, gruppi interattivi, permette conoscenze “virtuali”.
Una delle prime risposte che ho ricevuto alla lettera in cui chiedevo delucidazioni venive da Giorgio e diceva: “La nostra ‘conoscenza’ risale alla comune frequentazione del blog di Cuperlo” (piu’ che un blog, una vera e propria comunita’, mi viene da aggiungere).
E come Giorgio ci sono Gianna, altra frequentatrice del blog di Cuperlo (che per inciso ho avuto modo ci vedere di sfuggita durante il mio soggiorno fiorentino), e Rita, che nonostante i vari tentativi non sono ancora riuscito ad incontrare, ma della cui attivita’ come assessore a Foligno sono costantemente informato (grazie al suo blog, che per altro usa il mio stesso template).
 E poi c’e’ Marco: anche lui ha un blog che leggo frequentemente e con cui mi trovo molto spesso in sintonia. O ancora Chris con il quale una volta abbiamo fatto una lunga discussione telematica su Bruce Springsteen, e con il quale da allora continuo a scambiarmi e-mail su argomenti musicali.

Si tratta di persone con le quali ho una consuetudine che va molto al di la’ del legame che posso avere con Barbara (che e’ stata mia compagna di classe alle elementari, e della quale non avevo piu’ notizie dagli anni ’70) o di Alessandra (con cui ho fatto il liceo e che poi non avevo piu’ rivisto).  Si tratta di persone con le quali, attraverso la rete, mi confronto su questioni di politica, attualita’, musica, esattamente come a suo tempo facevo dal vivo con Francesco o Aurelio, coi quali pero’ oggi, nonostante l’amicizia in Facebook, non ho piu’ lo stesso tipo di consuetudine.

Senza nulla togliere a tutte queste persone, o alle molte altre persone con cui ho ristabilito un contatto dopo molti anni, alla simpatia che nutro per loro, alla nostalgia per antiche vicende comuni, all’interesse per le loro condizioni attuali, credo che anche le persone che conosco solo tramite la rete abbiano diritto ad un posto tra i miei amici di Facebook, esattamente come coloro che conosco di persona.

A loro non ho mai stretto la mano, non li ho mai guardati negli occhi; non ho mai bevuto una birra con loro (ma lo farei molto volentieri), eppure conosco le loro idee, i loro progetti, le loro preoccupazioni, anche le loro incazzature, certe volte.
Sono amici in un modo diverso, amici virtuali, ma pur sempre amici, proprio come lo potevano essere decenni fa gli “amici di penna”, quelle persone con cui si intratteneva una conversazione a distanza, promettendosi sempre di incontrarsi un giorno.

Alcuni anni fa una cara amica di mia madre, una con cui (tanto per intendersi) si conoscono fin dai tempi del liceo, di ritorno da un lungo periodo di permanenza all’estero, alla domanda se avesse conosciuto nuovi amici, rispose più o meno testualmente: “alla nostra età gli amici sono quelli che si hanno già”.
Era un modo, certamente nella forma molto carino verso mia madre, di dire che le amicizie vere sono quelle che nascono e si consolidano negli anni della formazione, quando si condividono esperienze di scoperta e di crescita che rimangono uniche nel corso della vita.

Era, pero’, anche un modo molto vecchio, chiuso, che non lasciava aperte nuove possibilita’ di incontro e che cristallizzava una situazione come quella dell’amicizia, che deve essere invece per sua natura sempre dinamica: le amicizie, anche quelle piu’ consolidate, devono essere sempre nutrite e rafforzate, mentre nuove amicizie possono arrivare improvvisamente e poi, allo stesso modo, anche andarsene. La rete permette solo che questo processo avvenga in modo piu’ veloce e in una dimensione molto piu’ ampia, globale.

D’altronde, gia’ nel XII secolo, un oscuro trovatore francese, Rutebeuf, aveva provato a descirvere i mutamenti dell’amicizia: lui non conosceva la rete, e da grande poeta quale era, trovo’ comunque una metafora per descriverla: il vento!

Que sont mes amis devenus
Que j’avais de si près tenus
Et tant aimés
(…)
Ce sont amis que vent emporte
Et il ventait devant ma porte
Les emporta

(La Complainte de Rutebeuf, adattato in francese moderno da Griesche d’Hiver).

 

 

7 Risposte to “Negli horti florentini, ragionando sull’amicizia ai tempi di Facebook

  1. Giorgio said

    Arrivo qui da Facebook e ho trovato moltissime cose condivisibili in ciò che hai scritto. E quella birra prima o poi dovremo trovare il tempo per bercela, guardandoci negli occhi. Personalmente, attraverso questi e altri canali virtuali, ho poi incontrato dal vivo tante persone. E debbo dire che la realtà supera in meglio la virtualità delle rete. E’ vero, su FB ci sono livelli diversi di amicizia: ma tutti contribuiscono a renderci un tantino migliori. E la metafora del vento mi pare azzeccatissima. Ciao

  2. nicoletta said

    Grazie per la definizione della nostra amicizia Lazzaro (mi è piaciuta anche la puntualizzazione quando io continuavo a ripetere a tuo figlio che ero un’amica della zia May e tu hai detto “anche del papà”, ma io lo davo per scontato visto che eravamo presenti entrambi). E’ buffa questa tua riflessione perché chiacchierando con la mia mamma al telefono, la sera, anche io mi chiedevo quale definizione dare di amicizie lunghe come la nostra (amici fraterni mi sembra la più adatta).
    Forse sarebbe ora di inventare parole diverse per distinguere gli “amici-amici”, quelli con cui hai condiviso un pezzo della tua anima dagli “amici di penna”, mi chiedo però se questi inscatolamenti avrebbero un senso se non la chiusura di cui sopra: e come faccio quando inizio a pensare che un “amico di penna” sta diventando “amico-amico”? Devo dichiararlo? Mi sembrerebbe di tornare ai tempi in cui ci si innamorava e si passavano nottate a chiedersi “sarà meglio dirlo o rischio l’amicizia?”
    E se poi mi sembra che amico amico si allontani, si perdano le categorie che condividevamo? Lo lascio?
    Non sono più tempi per le categorie, direi.
    Rimane il fatto che con gli amici di fb vado molto cauta: non accetto quelli che hanno più di 300 amici e quelli che non riesco a capire da dove siano arrivati, non chiedo l’amicizia a caso e, pur tenendoli tra gli amici, oscuro tutti quelli che pubblicano in continuazione risultati di quiz cretini e appartenenze a gruppi strampalati.
    Fuori da fb vado molto cauta: non sono capace di coltivarle io le amicizie e non voglio deludere le persone quando non richiamo per secoli (non è snobismo: ho una strana paura), riesco a rimanere amica solo con chi sopporta questi miei gravi limiti e si accolla il peso di lunghe lontananze o di essere sempre il primo a chiamare.
    PS Sull’ingresso al giardino io la vedrei così: usare questo “privilegio” potrebbe essere un incentivo ad allargarlo a tutti: l’ingresso gratuito ad alcune categorie come forma di sperimentazione.

  3. giagina said

    ciao sono Gianna, eh che bello partire da Boboli per arrivare a Facebook. Pensa a Boboli ci sono cresciuta, essendo nata in quel quartiere, le mamme lo usavano come giardinetto d’infanzia. le mi amicizie vere le ho tutte consolidate lì, fra la vasca dei cigni e il pratone dei morti ( dubito che siano i loro veri nomi).
    A facebook ci sono arrivata relativamengte tardi , tipo un annetto fa o anche meno, ma uso un sistema molto pratico, all’inizio ho accettato abbastanza amicizie poi el ho accettate, nel senso che le ho tagliate di netto dopo che avevvo visto che no me ne poteva fregare di meno che sapere vita morte e miracoli di uno sconosciuto.
    Che ci vuoi fare al termine amicizia do un certo valore.
    Spero quindi di poter approfondire la nostra all’interno della cup-community e pure fuori.Per adesso è stata pressochè un flash, con uio che scapo tipo BeepBeep. Chissà . Un abbraccio
    G
    ps ma sai che no ho mai usufruito del biglietto gratuito, sono decenni che non entro a Boboli….ci dovrò tornare appena riesco. ma non ce la faccio a pagare, Boboli lo sento mio…(fiorentinissima)

  4. Serena said

    Riflessione vera e interessante. Ma … che bello ritrovare vecchi amici lontani e mantenere un qualche contatto con loro!🙂

  5. Cristina said

    interessanti le tue considerazioni su amici e facebook! non mi ero mai posta il problema, perchè il mio approccio a fb è stato mirato. 3 anni fa, ad aprile, con mio fratello sono partita per un tour organizzato a napoli e le costiere campane. così ho conosciuto sandra, la nostra guida. una ragazza davvero in gamba: professionale, disponibile, con una grande cultura e simpatica; abbiamo legato nonostante lei abbia 30 anni meno di me. dopo il mio rientro a venezia ci siamo tenute in contatto con telefonate e sms. nei primi 10 giorni ho visitato pompei ma non ercolano, sono stata a caserta ma non ho avuto la possibilità di perdermi nel giardino inglese, a napoli non sono riuscita a vedere i presepi di castel s.elmo…perciò dopo 2 masi sono tornata. ho rivisto sandra e ho conosciuto anche suo marito. a settembre sono saliti tutti e due a venezia. sandra mi ha fatto conoscere fb e skype per poterci sentire più spesso di prima, oltre a passare insieme almeno una settimana ogni 2 mesi o da me a venezia o da lei a sorrento. arriva martedì. poi ho allargato l’amicizia ai miei nipoti: è sempre difficile trovarli in casa quando telefono e loro chiamano poco la vecchia zia; con fb comunichiamo più spesso. ieri, presa dalla noia, perchè in questa nostra povera città invasa dai turisti più beceri raramente esco sabato e domenica, ho scoperto le possibilità di fb. ho trovato compagni di lavoro che sentivo solo saltuariamente e ho chiesto loro “amicizia! ho trovato anche te con grande piacere. inutile dirti che sarei felice si tu mi accettasti come amica in fb e nella vita vera! un abbraccio e un bacio al tuo piccoletto.

  6. Tommaso said

    A Lazzaro!!!

    Mannaggia ma quanto la fai lunga!

  7. maddalena pietragnoli said

    Ciao Lai, ho pensato a lungo se fosse opportuno un mio commento “pubblico” sul tuo blog, da cui per ragioni diverse mi sono sempre tenuta a rispettosa (è proprio così) distanza. Come se il nostro interloquire, nella sua cifra privata, con il suo lessico quasi intelleggibile “fuori”, non avesse diritto di cittadinanza in un luogo pubblico. Ma il tuo post sull’amicizia ai tempi di Facebook tocca esattamente i nodi del pubblico e del privato e quelli della dimesione intrinseca dell’identità di ognuno di noi. In rete e fuori. Come sai nell’ootobre del 2008 ho disattivato il mio account Facebook nella convinzione che (per il mio modo di intendere i contatti, le relazioni, le amicizie e per il modo in cui intendo viverli) Skype, la mail e il cellulare fossero bastanti.
    Ferma restando la sua innegabile funzionalità-direi funzionalità più che utilità-nel far reincontrare persone perdute e/o lontane,
    quello che mi ha annichilita di Facebook nei mesi in cui il mio account era attivo (ivitata ai gruppi più folli, sottoposta a quotidiani test imperdibili “quale tipo di biancheria fa davvero per te”, fatta oggetto di regalini virtuali – ma il vecchio morosetto che mi ha mandato un fascio di rose dei cartoni animati le ha dovute pagare sul serio? Non lo ho mai capito come funzionassero, quei reaglini lì…) è proprio l’idea di identità sottesa a questo tipo di social network. “Io sono quello che racconto di me”, “io sono quello che decido di rappresentare”, “io sono le foto che scelgo di postare, i commenti che scelgo di mettere on line, gli ‘amici’ che scelgo di accettare o che rifiuto”. Facebook è la piazza dell’autorappresentazione, la negazione del relazionarsi. Certo ci sono le diatribe (sempre pubbliche), certo ci sono i commenti degli altri (che possiamo scegliere di tenere o cestinare) ma non c’è alcun mettersi in gioco reale. Nella sublimazione dell’affermarsi, del raccontarsi, del mettersi in scena, viene a mancare il rapporto vero, la vera relazione. Siamo tutti attori del nostro teatrino e spettatori di quello altrui. L’altro è solo la sua/le sue foto, i suoi post,il suo proclamarsi. Non c’è posto su Facebook per bere un bicchiere insieme,né per ubriacarsi, non c’è spazio per abbracciarsi, né per sentire il corpo, l’odore, la voce dell’altro (altro da me). Non c’è tempo per il silenzio (quel bel silenzio che cementa le amicizie). Su Facebook non c’è davvero l’altro e quindi non può esserci neanche un vero me. Baci, mai.
    PS: giovedì scorso la ragazza che mi stava facendo la manicure – ha 17 anni e viene da pellestrina – mi ha raccontato (con il suo bell’accento che solo chi conosce quel lembo di terra perso nella laguna può immaginare) che da 3 giorni piangeva e litigava con il fidanzato perché aveva scoperto sulla di lui pagina Facebook “tante tante ragasse che erano sue amiche e che io non sapevo neanche che esistono…e lui dice che però amiche su facebook non conta”. Appunto.

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