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«Verso Copenhagen, per un’altra Kyoto». Parla David Anthony King

Posted by homoeuropeus su 28 marzo 2009

Pubblicato su Europa di oggi.

David Anthony King, è uno degli scienziati britannici maggiormente impegnati nella lotta per contrastare i cambiamenti climatici, tanto sul versante accademico, quanto, soprattutto su quello politico: è stato il consigliere scientifico di Tony Blair ed ora, come direttore della Smith School of Enterprise and the Environment di Oxford, fa parte del gruppo di esperti internazionali incaricato di preparare la conferenza dell’ONU sul clima, che si svolgerà a Copenhagen nel dicembre prossimo.

Che cosa si aspetta da questa conferenza?
Sarà un appuntamento fondamentale: è il momento in cui si può provare davvero a definire gli strumenti per affrontare un problema che è globale. Serve una azione collettiva che coinvolga le popolazioni, le imprese, i governi. Da più parti si sente dire che di fronte alla crisi finanziaria bisogna smetterla con le politiche di tutela dell’ambiente, perchè la ripresa deve avere la priorità. È un discorso miope: questa invece è proprio un’opportrunità, per due motivi: il cambiamento culturale e l’influenza che possiamo avere sui governi per investire. È l’occasione giusta per rilanciare le nostre ambizioni ambientali, con politiche concrete su scala internazionale. Dalla crisi economica si esce solo con proposte eco-compatibili, non con la solita contrapposizione tra difesa dell’ambiente e sviluppo economico.

Crede davvero che questa nuova mentalità ambientale sia dominante?
Vedo segnali incoraggianti. Innanzitutto nel mondo degli affari: cinque anni fa l’attenzione all’ambiente era considerata come “comportamento socialmente responsabile” dalle maggior parte delle imprese. Oggi invece l’introduzione di misure compatibili dal punto di vista ambientale è generalmente vista come uno strumento per aumentare i propri margini di profitto. A differenza della politica, il mondo del business ha una mentalità pratica e ragiona su lunga scadenza: sa che l’inevitabile aumento del prezzo del petrolio deve essere affrontato subito, e non con palliativi come l’aumento della fornitura di grezzo, ma con risposte davvero alternative che possono, con una battuta, “de-carbonizzare l’economia”.

La politica invece sembra essere in ritardo?
C’è una divaricazione tra gli impegni che si assumono e le politiche che si portano avanti. All’ultima riunione del G8 in Giappone si è concordata una riduzione delle emissioni di CO2 del 50 per cento entro il 2050, ma le decisioni dei singoli stati ora devono essere conseguenti. Non si possono adottare misure di breve respiro che vanno in senso opposto, come la decisione del governo inglese di autorizzare due nuove autorizzazioni per estrazioni petrolifere. Nei piani del governo, questo porterebbe ad una lieve riduzione del prezzo del petrolio, ma il conseguente aumento dell’inquinamento è un prezzo che non merita di essere pagato. Anche perchè così non si affrontano le situazioni a lunga scadenza e non si promuove davvero la ricerca e l’utilizzo di energie alternative. Con il pretesto di sostenere e rilanciare l’economia, si condanna l’intera società: l’austerità economica è invece essere l’occasione giusta per aumentare l’efficenza nell’uso di energia. L’impegno ambientale deve essere rafforzato dalla crisi economica, anche perchè è proprio nei periodi di difficoltà che è più facile accettare grandi cambiamenti.

Che cosa si può fare concretamente?
Spendere soldi pubblici per stimolare l’economia verde. In questo periodo tutti gli stati stanno investendo enormi quantità di soldi per uscire dalla crisi finanziaria: è caduto il tabù dell’intervento pubblico in economia. Usiamo al meglio questa opportunità. Non sosteniamo imprese che non siano ecologicamente sostenibili, e che tra una decina d’anni sono destinate a fallire ugualmente. Promuoviamo invece quelle attività che sono all’avanguardia nella ricerca e nella produzione sostenibile. Un esempio su tutti: il settore automobilistico. Nessun aiuto indiscriminato alle imprese, ma soldi mirati solo a chi introduce la produzione e la commercializzazione su larga scala di automobili elettriche. Paradossalmente, su questa strada, l’Europa e gli Usa sono in ritardo rispetto a paesi come la Cina e la Corea del Sud, dove il pacchetto economico per fare fronte all’emergenza contiene davvero innovativi “stimoli ambientali”: misure di protezione ambientale, incentivi alla riforestazione, supporto alla ricerca biologica e tecnologica. Serve che la politica si faccia promotrice di questo nuovo ciclo, adottando l’impostazione che molte imprese hanno ormai fatta propria: che non c’è alternativa ad una economia de-carbonizzata e che quindi bisogna cominciare a promuovere il cambiamento anche dall’alto.

Perchè questa conferenza dovrebbe riuscire, a differenza di Kyoto, senza troppe defezioni e distinzioni?
Si tratta di un auspicio, non di una certezza. C’è stato un profondo mutamento di atteggiamento: non solo nell’amministrazione americana, anche complessivamente nell’intero pianeta, dal Brasile alla Cina. Ormai il legame tra i cambiamenti climatici e la produzione di gas inquinanti da parte di attività umane è stabilita scentificamente senza alcun dubbio ed è accettata politicamente in modo deciso da parte dei principali attori internazionali.

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