Homo Europeus

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«Non si vede una exit strategy»

Posted by homoeuropeus su 13 gennaio 2009

Pubblicato su Europa di oggi.

Quando finalmente i combattimenti finiranno nella striscia di Gaza – e ieri si è giunti al diciasettesimo giorno – sarà difficile stabilire chi ha vinto: né Israele né Hamas infatti potranno dire di avere raggiunto i loro obiettivi. È quanto emerge da una ricerca di Anthony Cordesman, esperto di sicurezza internazionale del Center for Stategic and International Studies (Csis) di Washington, il quale analizza i diversi possibili scenari e sottolinea come «l’assenza di una visione strategica non possa garantire che alla fine di questa guerra ci sia una soluzione sensata». Il rischio, secondo lo studioso del Csis, è che Israele finisca con il rafforzare politicamente il suo nemico e che indebolisca tanto la presenza americana nella regione quanto le voci dei paesi arabi moderati. Un’analisi condivisa da Rosemary Hollis del Royal Institute of International Affairs di Londra (Riia noto come Chatham House): «Hamas è per Israele quello che al Qaeda è per gli Stati Uniti, una minaccia prima ancora che un nemico, qualcosa che non può essere annientato solo con la forza delle armi, ma dovrebbe essere contrastato a diversi livelli e con differenti strategie. Per questo ha ragione il presidente francese Sarkozy, quando sottolinea che a Gaza non esiste una soluzione militare».

Quali sono gli obiettivi israeliani e che cosa vuole ottenere il governo di Tel Aviv prima di accettare una tregua?
Io credo che negli ultimi giorni sia apparso chiaro che c’è una divaricazione tra quello che i politici israeliani possono ottenere e quello che invece vogliono portare a casa i loro militari. Anche a causa delle imminenti elezioni e delle possibili ricadute che un proseguimento delle ostilità puotrebbe avere, mi pare di vedere una maggiore cautela da parte degli esponenti politici, che si accontenterebbero di avere inflitto pesanti perdite ad Hamas e di isolare il confine tra Gaza e l’Egitto, in modo da isolare gli estremisti e la loro possibilià di rifornimenti.
Di fondo il messaggio che loro vorrebbero dare è che hanno punito Hamas per avere rotto la tregua e che sono riusciti a smantellare la sua capacità offensiva. Mentre in molti settori dell’esercito c’è una volontà di portare la guerra alle estreme conseguenze, all’annientamento definitivo di Hamas, o per lo meno al rovesciamento delle sue strutture di governo.
Gli obiettivi degli israeliani quindi non sono per nulla chiari: all’inizio sembravano voler semplicemente distruggere le postazioni di Hamas e le basi per il lancio di missili, poi hanno ampliato il loro raggio di azione e volevano colpire la leadership militare del movimento. Ora alcuni vogliono isolare la zona mentre altri sembrano addirittura voler occupare nuovamente Gaza.

Non va dimenticato che la responsabilità di avere rotto la tregua pesa comunque sulla paerte palestinese: con che obiettivi hanno dato avvio a questa nuova campagna di violenze?
Probabilmente da parte di Hamas c’era la volontà di approfittare di un momento di incertezza nella situazione politica israeliana per lanciare una nuova offensiva, con il duplice obiettivo di colpire Israele e rafforzare il proprio radicamento a Gaza. Ormai la capacità di governo dell’Autorità nazionale palestinese su Gaza è nulla, ma anche Hamas non è riuscito a consolidare la sua forza di governo: se due anni fa Hamas ha vinto le elezioni perchè era una forza radicata e una realtà che governava ospedali e comunità locali, ora il suo ruolo si sta lentamente affievolendo.
Una cosa, comunque, mi pare certa: che Hamas non potrà fare quello che fece Hezbollah nel 2006, cioè vantarsi di essere riuscita a provocare e resistere contro il potente esercito israeliano. Le perdite questa volta sono troppo spoporzionate, le distruzioni sono devastanti e se, come io credo, dovessero durare ancora per un’altra settimana, è assai probabile che Hamas subisca da questa guerra gravi perdite e ne esca comunque indebolito.

Perchè pensa che le azioni militari di Israele continueranno ancora?
Questa Guerra avviene in un momento di profonda trasformazione degli equilibri internazionali: gli Stati Uniti, che sono l’unica potenza capace di intimare ad Israele un cessate il fuoco unilaterale, attraversano non una semplice fase di passaggio da un presidente all’altro, ma una fase di radicale ripensamento delle proprie politiche.
È assai improbabile che prima della formale nomina di Obama ci sia qualche presa di posizione forte da parte degli USA. L’Amministrazione uscente non vuole, ma forse non può, dire nulla, Bush è ormai fuori dalla scena, la stessa Condoleeza Rice si è astenuta alle Nazioni Unite, e al tempo stesso l’Amministrazione entrante non è nelle condizioni di fare nulla.
L’Europa ha provato ad inserirsi in questo vuoto, ma senza una visione commune, senza una voce autorevole, senza risultati concreti.

Come è possible quindi uscire da questa situazione?
È molto difficile, perchè ormai la spirale di violenza si è attivata e non esiste un bottone per fermarla. Sarebbe necessario imporre il cessate il fuoco, anche con una missione internazionale dell’ONU e poi bisogna ripartire con una nuova mappa per la pace, non solo per la questione irsaeliano-palestinese, ma per tutto il Medio Oriente. Solo una soluzione complessiva, e un diverso atteggiamento degli Stati Uniti, potrabnno garantire una pace duratura. Servirà comunque almeno un decennio per poter sistemare i danni che sono stati fatti negli ultimi due-tre anni: la situazione è sempre più intricate e ingarbugliata. In questo scenario, comunque, mi pare la posizione dell’Egitto sia ragionevole e che possa offrire uno spiraglio immediate a cui appigliarsi.

 

 

 

 

2 Risposte to “«Non si vede una exit strategy»”

  1. La ricerca di Anthony Cordesman, citata in apertura dell’articolo, puo’ essere scaricata dal sito del Csis

  2. tauzero said

    Cordesman ha sicuramente ragione quando dice che Israele non intende consentire ad Hamas di fare quello che fece Hezbollah nel 2006. Forse il governo di Tel Aviv colpisce con questa durezza perché vuole che Gaza rappresenti una sorta di monito nei confronti dell’Iran. Forse anche per ricordare alla subentrante amministrazione USA la necessità di tenere in debita considerazione le esigenze (di sicurezza, strategiche ecc.) di Israele. Tutte cose che però non giustificano l’assenza di una exit strategy…
    Quel che è certo e che ogni giorno che passa la questione assume sempre più i contorni di un tragico pasticcio. E che davvero le conseguenze di questo conflitto, se non interverranno eventi straordinari, si faranno sentire per anni e anni.

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