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Mumbai, il cuore del gigante

Posted by homoeuropeus su 28 novembre 2008

Pubblicato su Europa di oggi.

Perché Mumbai? La scelta della capitale economica dell’India e la precisa volontà di colpire gli stranieri lasciano trasparire una volontà di mirare al cuore dell’economia dell’India, con la Cina una delle due nuove superpotenze asiatiche in grado ormai di sfidare quelle occidentali, con le quali peraltro le relazioni sono sempre più fitte e interdipendenti. E in un simile contesto il secondo obiettivo terroristico – quello di minare la fiducia dei mercati in un momento di profonda crisi finanziaria internazionale – assume quasi lo stesso valore che ebbero gli attentati a New York e a Londra in distretti finanziari.

Ma oltre agli aspetti internazionali vi sono le ragioni interne, che poi si sommano all’instabilità dell’equilibrio tra India e Pakistan, e l’alimentano: il coinvolgimento di Lashkar e-Taiba e le elezioni nello stato del Kashmir, amministrato da New Delhi ma sempre conteso tra le due potenze confinanti, rilanciano una pista autonomista.
Recentemente le relazioni tra India e Pakistan si sono apparentemente normalizzate ma non sono stati sgombrati gli ostacoli a una reale normalizzazione: nel 2002 l’assalto degli estremisti islamici al parlamento indiano portò a un vero e proprio conflitto tra i due paesi.

Tuttavia, anche se le connessioni con l’estremismo pachistano sono forti, sembra comunque difficile che il governo indiano possa accusare il Pakistan di una diretta o indiretta responsabilità nell’accaduto: proprio nei giorni scorsi, come segnale di distensione verso il governo indiano e gli Stati Uniti, il presidente Zardari aveva smantellato un intero settore dei servizi segreti dove erano pesanti le infiltrazioni delle organizzazioni terroristiche.

Un ulteriore elemento che rende il quadro ancora più incerto è il fatto che l’India sarà chiamata alle urne all’inizio dell’anno prossimo per il rinnovo del parlamento nazionale.

In una realtà così articolata sarebbe semplicistico cercare una sola chiave per interpretare le ragioni e le ricadute di questo tipo di attentati, ma sicuramente, come osserva Chris Smith della Chatham House, «il radicamento di un terrorismo islamico che si autodefinisce indiano ci costringe a ripensare le nostre certezze».

Così, anche svelare chi c’è dietro la sigla dei “mujahiddin del Deccan” che ha rivendicato la notte scorsa la catena di attentati di Mumbai, è esercizio difficile per gli esperti di terrorismo.
Il gruppo “combattenti del Deccan” era sconosciuto prima di questi attacchi e sembra impossibile che un’operazione di queste dimensioni possa essere portata avanti da una formazione nata da poco.

Più probabile che militanti di organizzazioni diverse abbiano dato vita a un nuovo raggruppamento e l’abbiano voluto chiamare così per indicare la sua doppia natura: il radicamento territoriale nel sud della penisola indiana e il collegamento internazionale con i “combattenti” di al Qaeda. Tutti gli esperti sottolineano che il legame con la rete terroristica islamica è innegabile, anche se è troppo presto per capire se si sia trattato di supporto attivo, di aiuto logistico o semplicemente di ispirazione ideologica.

Certo è innegabile il richiamo ad al Quaeda nel realizzare un attacco suicida di altissimo impatto mediatico.
Ci sono pochi dubbi che si tratti di «terrorismo domestico con un’influenza straniera», come sintetizza Chris Smith, il quale sottolinea anche le analogie tra i precedenti attacchi avvenuti nella città per mano di Lashkar e-Taiba, un gruppo islamico originario del Pakistan, e le connessioni con i Mujaheddin indiani, organizzazione responsabile degli attentati a Delhi e Bangalore lo scorso settembre.

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