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Valzer di poltrone al Cremlino

Posted by homoeuropeus su 8 novembre 2008

Pubblicato su Europa di oggi.

Chi comanda in Russia? Chi è il vero numero uno? Domande che rimbalzano sulla stampa internazionale fin dall’insediamento del nuovo presidente. E che si sono infittite nei giorni della crisi georgiana. C’è un gioco delle parti tra Medvedev e il suo predecessore? O è Putin ancora al comando, anche se ufficialmente è “solo” il primo ministro?

Nel discorso alla nazione, la settimana scorsa, Dmitry Medvedev ha presentato un piano di riforma della costituzione che prevede nuovi poteri per il parlamento e l’estensione del mandato presidenziale. Indiscrezioni pubblicate dai giornali russi dicono che questa è una mossa per aprire la strada alle elezioni anticipate e al ritorno dell’ex capo del Kgb alla carica più alta del paese.

Putin, che nel marzo scorso era stato costretto da una norma costituzionale a lasciare la carica di presidente dopo due mandati consecutivi, aveva sostanzialmente scambiato posizione con il suo fedelissimo primo ministro. Medvedev diventava presidente e affidava al suo mentore la carica di premier, dando adito, a livello internazionale e tra gli investitori russi, a una serie di speculazioni su chi realmente avrebbe esercitato il potere.

Ma dai segnali simbolici (come il mantenimento dell’ufficio al Cremlino), alle prime iniziative pubbliche, per arrivare all’invasione della Georgia, risulta ormai chiaro in quali mani siano le leve del potere: il vero zar continua a essere Vladimir.

«D’altronde – spiega James Sherr, esperto di Chatham House – non ci poteva essere alcun dubbio che tutto si sarebbe risolto così: il sistema di potere russo è fatto a immagine e somiglianza di Putin». L’elite che governa attualmente proviene al novanta per cento dalle fila del Kgb e delle altre agenzie di sicurezza dell’ex-impero sovietico: deputati, ministri, burocrati, banchieri e imprenditori hanno alle spalle l’addestramento e il servizio nella potentissima organizzazione a suo tempo diretta da Putin. Si tratta di un legame che supera qualsiasi divisione. Solo Medvedev fa eccezione, dato che la sua carriera professionale inizia come avvocato e professore universitario, per poi diventare presidente di Gazprom, il colosso statale del gas.

«Medvedev – spiega ancora Sherr – rappresentava la faccia pulita di Putin, quella che si poteva mandare in giro per il mondo a concludere affari per conto delle aziende russe, ma non ha mai avuto una sua autonomia politica». Nonostante fosse da tutti ritenuto più liberale di Putin, Medvedev ha messo in chiaro, fin dal discorso di insediamento, che avrebbe seguito la strada intrapresa dal suo predecessore e protettore: pur godendo di alcuni margini di autonomia sulle questioni finanziarie, il suo mandato consiste nel fare quello che il suo primo ministro gli ordina.

Con questo nuovo piano, che permetterebbe a Putin di ritornare, anche formalmente, a fare il presidente fino al 2021 (per altri due mandati da sei anni), cadono anche le ultime finzioni. Nell’anno che manca all’approvazione della nuova costituzione, Medvedev potrebbe portare avanti alcune riforme sociali di natura impopolare, per poi farsi da parte anticipatamente e far tornare al suo posto l’uomo forte del Cremlino.

In fondo non c’è nulla di nuovo sotto le cupole della cattedrale di San Basilio: fin dai tempi dell’Unione Sovietica i cittadini russi sono stati abituati a riconoscere che il potere sostanziale spesso non sta nelle mani di chi ricopre le cariche formali. Allora era il segretario generale del Pcus che aveva la supremazia su presidenti nazionali e primi ministri, oggi è l’ex capo del Kgb ad avere questo privilegio.

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