Homo Europeus

L'Europa, la Gran Bretagna, l'Italia, la sinistra e il futuro…

Non più euroscettici ma siamo inglesi

Posted by homoeuropeus su 15 ottobre 2008

Pubblicato su Europa di oggi.

Neppure Tony Blair – essì che la sua autorevolezza a livello internazionale era riconosciuta anche dai suoi critici più severi – era mai riuscito a mettere a segno un colpo così: Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna, tutti in fila dietro a Brown e al suo piano che fa del governo nazionale «the rock of stability». Ma non era quello stesso piano che fino a qualche settimana fa sarebbe sembrato impensabile? Che era stato escluso dal segretario al tesoro americano Paulson ed era inviso a molti governanti del vecchio continente?

Domenica, incontrando i leader degli altri paesi europei, Gordon Brown li aveva esortati a seguire il suo esempio. Ad adottare misure di emergenza per salvare il sistema finanziario internazionale. E lunedì l’Europa ha seguito il suo consiglio.  Ieri, poi, anche gli Stati Uniti hanno stanziato 250 miliardi di dollari per l’acquisto di partecipazioni nelle banche, al fine di mantenere la fiducia nel settore finanziario.

Brown non ha fatto altro che tirar fuori dall’armadio il suo vecchio vestito, che meglio gli calza, quello di cancelliere dello scacchiere, e ha messo a frutto un’esperienza decennale e una competenza che anche l’economista Paul Krugman, proprio nel giorno in cui gli veniva conferito il premio Nobel, gli ha riconosciuto.

Che ricadute avrà il rinnovato protagonismo britannico sulla scena mondiale? Quella del Regno Unito è un’economia relativamente piccola e le sue istituzioni finanziarie non hanno quel peso internazionale che possono vantare la Federal Reserve o la Banca Centrale Europea. La Gran Bretagna è un paese ponte, legato politicamente ed economicamente agli Stati Uniti, ma al tempo stesso – soprattutto nell’ultimo decennio – sempre più integrato in una dimensione europea. Ma prioprio questa doppia “fedeltà” non sembra reggere più.

Già, perché i fautori dell’europeismo, che saranno pure minoritari nell’euroscettica Gran Bretagna, ora cercano la rivincita. Sostengono che il modello economico anglosassone subisce i contraccolpi della sua eccessiva americanizzazione, e spingono per una maggiore collaborazione a livello europeo. Anzi, individuano addirittura nell’ingresso nella moneta unica una delle possibili soluzioni alla crisi finanziaria incombente. D’altronde, l’euro, che molti analisti oltre Manica, ritenevano incapace di sopravvivere alla crisi del 2001, si è invece dimostrato solidio e sicuro.

Ma la rinuncia alla sterlina sembra comunque lontana, anche perché l’eurozona soffre comunque ancora di una crescita molto bassa e di un alto livello di disoccupazione, elementi a cui l’economia inglese rimane molto sensibile. Sicuramente, comunque, Brown utilizzerà la sua competenza e l’autorevolezza riconquistata nelle ultime ore per rafforzare la collaborazione europea sui temi economici. Come ricorda Robert Peston, commenatore finanziario della Bbc, anche da cancelliere, pur critico nei confronti di una maggiore integrazione politica, aveva sempre sostenuto le iniziative per costruire un più forte ruolo dell’Unione in campo economico e perfino monetario.

Resta il fatto che al premier laburista la dimensione europea sta troppo stretta. Il suo pensiero economico si muove su scala globale. Ma sa che senza un accordo europeo sarà difficle portare avanti la sua idea di una «nuova architettura del sistema finanziario internazionale», in grado di garantire una supervisione e una governance a livello multi-nazionale. É il piano su cui ormai si muovono tutti i grandi attori finanziari.

 

 

 

 

 

 

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