Homo Europeus

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Ma non è Gordon l’avversario di David. È la crisi

Posted by homoeuropeus su 2 ottobre 2008

Pubblicato su Europa di oggi – da Birmingham.

Due settimane fa il programma della conferenza annuale dei Tory era quello di una grande festa, per celebrare il sicuro ritorno del partito al governo alle prossime elezioni. Ma quando la conferenza si è aperta, domenica, gli organizzatori sono stati costretti ad un repentino cambio di programma, poichè il calo nei sondagi e la situazione econonica internazionale non lasciavano certo spazio per trionfalismi, e richiedevano che il partito conservatore fosse capace di indicare una sua linea politica, non solo di speculare sulle sventure di un Partito laburista in un totale stato di crisi.

L’ammonimento di Gordon Brown, che «non è tempo per novizi», ha colpito nel segno e messo in luce tutte le contraddizioni dei conservatori: un partito che per tornare a vincere puntava solo sulla debolezza dell’avversario. Un partito ancora diviso tra i vecchi conservatori dell’epoca Thatcher, sempre meno presenti alla guida del partito, ma profondamente radicati nella base, e un manipolo di giovani brillanti innovatori, capaci di conquistare la leadership grazie ad una strategia basata più sulle pubbliche relazioni e l’immagine, piuttosto che sulle scelte politiche.

Allora, era l’unica possibilità di riconquistare il cuore dell’elettorato conservatore inglese, ma la luna di miele è stata messa in crisi dal deteriorarsi della situazione finanziaria internazionale, che richiede di mostrare che, dietro all’immagine e ai facili slogan unificanti, il partito ha ricostruito anche una chiara visione politica.

L’unico modo per evitare che la conferenza si trasformasse in un pericolossissimo boomerang, mostrando che dietro alle fanfare dello titolo di stampo obamiano “plan for change” non c’era assolutamente nulla, era di cambiare radicalmente la sua impostazione, eliminando ogni momento di tionfalismo, e mettendo in luce l’unica vera risorsa che questo partito ha al momento, David Cameron.

Il congresso, da domenica, si è trasformato in un one-man show, per mostrare che dietro alla giovane faccia il bel David ha anche l’energia e le capacità di guidare il paese e per nascondere il vuoto politico dietro ai ritornelli sulla “broken society” e sulla “social responsibility”.

David Cameron ha calcato il palco della conferenza ogni singolo giorno, cosa estremamente innaturale per un appuntamento in cui tradizionalmente il discorso del leader è atteso solo per il giorno di chiusura: ha attaccato il Brown, ha rassicurato il partito, ha mostrato la sua faccia responsabile, assicurando sostegno alle iniziative del governo contro il credit crunch. Ha costretto Boris Johnson ad una veloce apparizione, e ha impedito che altri potessero far cadere il fragile castello di carte costruito in questi anni: solo George Osborne, William Hague e Francis Maude, i suoi tre più fidati ministri ombra hanno avuto un po’ di spazio.

Messi di fronte alle difficoltà, i Tory hanno accettato di lasciare il partito nell’ombra e di puntare i riflettori solo sul proprio leader. E davanti alla sfida Cameron ha saputo dare il meglio di sé, concludendo la conferenza con un discorso che ha ribattuto punto su punto le accuse di inesperienza e di superficialità che gli vengono mosse da più parti, rivendicando di avere «carattere e giudizio» necessari per affrontare i danni fin qui prodotti e sottolinenando che«l’esperienza è una scusa di chi è in carica» per non cedere potere ai più giovani.

Pur senza entrare nel merito specifico delle singole proposte, probabilmente anche perchè non avrebbe trovato un partito unanime, Cameron ha delineato le grandi priorità dei conservatori, attaccato un Labour troppo statalista, ma al tempo stesso assicurato che non c’è solo liberismo dall’altra parte; ha esaltato il ruolo di famiglie, comunità, associazioni; ha promesso di ristabilire la fiducia nelle istituzioni pubbliche, come la scuola e il servizio sanitario nazionale. Ma si è ben guardato, in questo momento, difficile, dal parlare di riduzione delle tasse o di aumento della spesa pubblica. E oltre alle questioni economiche ha parlato anche e soprattutto dei problemi sociali, della riforma del welfare state, delle politiche per i giovani e per le famiglie: Cameron ha chiaramente imparato la lezione di Tony Blair e ha voluto entrare nel campo avversario e giocare d’attacco su terreni che non sono tradizionalemente quelli conservatori.

Non è però riuscito ad essere convincente fino in fondo, soprattutto perchè non e ancora chiaro con che cosa i Tory abbiano sostituito le loro politiche di liberismo sfrenato: in un passaggio sottolineato dagli applausi, egli ha dichiarato che non vuole «più intervento dello stato, ma un maggiore ruolo del governo», frase ad effetto, che può appunto alimentare l’entusiasmo della platea conservatrice ma che risulta difficilmente traducibile per un grande pubblico.
Dietro la giovane faccia del loro leader e un ossessivo messaggio per il cambiamento, i Tory devono ancora trovare una convincente linea politica per vincere le prossime elezioni.

Una Risposta to “Ma non è Gordon l’avversario di David. È la crisi”

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