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La crisi, un salvagente per Brown. E Miliband sigilla la tregua interna

Posted by homoeuropeus su 23 settembre 2008

Pubblicato su Europa di oggi – da Manchester.

C’è un tema che fa da leitmotiv alla conferenza laburista di quest’anno: l’elezione di un nuovo leader. Sembrava una realtà appena una settimana fa, quando gran parte del gruppo parlamentare aveva apertamente detto a Brown di farsi da parte e lettere di dimissioni erano pronte da parte di molti sottosegretari e ministri. Ma poi Brown è riuscito a sventare il complotto, blandendo qualcuno, licenziando qualcun altro, appigliandosi alle norme statutarie (che prevedono che la sfiducia sia formalmente sottoscitta da almeno 70 deputati).

Ma più di questo, sembra che sia stato il degenerare della situazione economica ad avere spinto alleati ed oppositoiri del primo ministro a trovare un accordo: per tutti infatti sarebbe una follia cambiare leader, cancelliere e governo alla vigilia di un inverno che si preannuncia uno dei peggiori degli ultimi cinquant’anni, con un aumento continuo dei prezzi, una crescita della disoccupazione e il crollo dei settori finanziari, delle costruzioni e del commercio, che in questi anni hanno sempre garantito la crescita economica del paese.

Un cambio ora, questo sembra essere stato il ragionamento vincente, garantirebbe un risultato ben peggiore di quello che si può ottenere vivacchiando per qualche mese e aspettando che la situazione cominci a migliorare.

Avendo le varie anime del partito convenuto sulla permanenza di Brown alla guida del governo, la conferenza si è trasformata in una dimostrazione di lealtà e fducia nel leader, mentre dietro le quinte continuano comunque le discussioni e le trattative per stabilire quale sia il momento migliore per l’allontanamento del premier.

Elogi a Brown sono venuti dal giovane ministro del lavoro James Purnell, un convinto modernizzatore della scuola di Blair, e, sull’altro versante, dal segretario generale delle Trade Unions, che ha messo da parte divisioni politiche e programmatiche che la sua organizzazione ha con il governo, per sottolineare quanto importanti siano in questo periodo di turbolenze finanziarie «l’esperienza e la saggezza di Gordon Brown».

Ma la manifestazione di vera unità del parito è venuta dal discorso del ministro degli esteri David Miliband, unica vera e praticabile alternativa a Brown,che da mesi si sta al tempo stesso proponendo e tirando indietro.

L’intervento di Miliband era atteso da tutti per valutare (analizzando virgole e parole) quale delle due anime sarebbe prevalsa ufficialmente: ma fin dal suo ingresso sul palco, accompagnato dal primo ministro in persona, è stato chiaro che a questa conferenza si presentava il Miliband conciliante. E il suo discorso, tutto incentrato sulle politiche internazionali, sulle battaglie del Labour per un mondo più giusto, democratico, sicuro, tutto a rivendicare con orgoglio le battaglie per un pianeta multilaterale, per istituzioni sovrannazionali, si è tenuto bene alla larga dalle beghe e dalle polemiche interne. Non una parola sul cambio di leadership del partito. Anzi, rivolgendosi direttamente al premier e chiamandolo Gordon, lo ha indicato come uno dei leader mondiali per la lotta alla povertà infantile e dello sviluppo internazionale. E Brown ha ricambiato con un sorriso, un applauso e una pacca sulla spalla alla fine del discorso.

L’accoglienza della platea è stata invece fredda: le sfide al fioretto tra Brown e Blair alle precedenti conferenze, anche se alla fine non si rivelavano mai risolutive, almeno scaldavano gli animi e risollevavano il morale delle truppe. Militanti e delegati, questa volta, sono rimasti invece delusi, privati di qualsiasi voce: possono solo chiedersi quanto durerà la tregua interna.

Alcuni assicurano che i giochi resteranno chiusi almeno fino alla prossima primavera, in attesa delle elezioni europee, mentre altri scommettono che la probabile sconfitta alle elezioni suppletive nel collegio scozzese di Glenrothes il prossimo mese metterà in crisi il precario equilibrio raggiunto. I più pessimisti, addirittura, pensano che una buona performance di David Cameron alla conferenza dei Tory la prossima settimana potrebbe essere fatale perchè il partito si decida a dare il benservito a Brown.

Ma un secondo cambio di leader senza il ricorso alle urne, anche se legalmente fattibile, pare politicamente insostenibile, e lo spettro di elezioni anticipate, con un governo in crisi e suna situazione economica disastrosa è il miglior collante del partito al momento, un ottimo deterrente anche per i critici più implacabili.

Forse proprio perchè non è stata permessa una discussione aperta e onesta sulla leadership, ha riscosso grande successo l’iniziativa del Guardian, che ha chiesto ai deputati laburisti di votare «l’eroe laburista di tutti i tempi»: ha vinto il premier del dopoguerra Clement Attlee, seguito dal suo ministro  Aneurin Bevan (inventore del sistema sanitario nazionale) e dal primo deputato laburista della storia, Keir Hardie. Una dimostrazione che la storia del movimento laburista può essere un facile rifugio per uscire dai momenti di difficoltà. Condividono il quinto posto, dietro all’eroina femminista Barbara Castle, Neil Kinnock e Tony Blair.

Gordon Brown non compare nella lista: troppo presto per valutare i suoi meriti, dice il suo portavoce. In realtà egli deve ancora dimostrare che, al di là dei fragili accordi che è riuscito a portare a casa, sarà capace di rimediare ai suoi errori e ridare fiducia e slancio ad un partito ormai avviato ad una sconfitta quasi certa.

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