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«Divisi? Siamo un partito coalizione». Il congresso labour secondo Katwala

Posted by homoeuropeus su 20 settembre 2008

Pubblicato su Europa di oggi.

Quella che si apre oggi a Manchester è la conferenza che potrebbe segnare non soltanto la fine della carriera di Gordon Brown ma anche il definitivo chiudersi del lungo ciclo del New Labour: alle difficoltà della situazione economica nazionale ed internazionale si sommano infatti una crescita esponenziale della rissosità interna, un calo continuo della popolarità, un’incapacità ad elaborare nuove proposte. In sintesi, l’ormai inesorabile declino dell’esperienza di governo avviata più di dieci anni fa. Il tentativo di Brown di risollevare le sorti del governo, inventando nuove priorità e strategie per il Labour dopo la stagione di Tony Blair, sembra definitivamente fallito, e probabilmente le assise di Manchester potranno fare molto poco per invertire la tendenza e impedire ai Conservatori di David Cameron di impossessaris nuovamente delle chiavi di Downing Street.

«Rinnovarsi al governo è difficile, ma non impossibile» commenta Sunder Katwala, segretario generale della Fabian Society, e da sempre legatissimo al primo ministro Brown. «La situazione è pesantemente aggravata dalla stampa che userà questa conferenza per mettere in risalto le difficoltà interne al partito, anziché soffermarsi sulle novità che emergeranno dalla discussione tra i delegati e dalle scelte finali che verranno fatte».

Ma la situazione di difficoltà e le divisioni interne sono reali, non sono una invenzione della stampa. Che cosa può fare concretamente Brown per porre fine a questa situazione?
Deve essere capace di rispondere in modo chiaro e diretto a quelle che sono le reali preoccupazioni della gente, alla situazione di difficoltà finanziaria, al rischio della recessione. Deve dire quali sono le ricette di politica economica nazionale che vengono messe in campo per rispondere ad un problema che è globale. Questo si aspetta la gente da lui, e questo è quello che lui ha sempre saputo fare, per dieci anni, come Cancelliere.

Perchè dopo dieci anni di successi alla guida dell’economia britannica, ora Brown sembra fallire come primo ministro?
Perché si è presentato come il premier del cambiamento, ma poi non è stato capace di declinare questo cambiamento in provvedimenti concreti. Il suo, fino ad ora, è stato un governo in assoluta continuità: ma non si può pensare di vincere ancora sulla base dell’agenda fissata da Blair nel 1997. Così come non si può pensare, come fanno alcuni, di vincere ancora semplicemente richiudendosi nel comodo recinto ideologico degli anni ’80. Bisogna, invece, essere capaci di rafforzare le proprie radici ideologioche, senza chiudersi in se stessi; di aprirsi all’esterno, costruendo una nuova visione ampia, senza credere che quella di Blair sia ancora attuale.

Questa divisione interna al  partito, tra modernizzatori e tradizionalisti, ormai è consolidata, ed emerge ogni volta che ci sono difficoltà. Come è possibile uscirne in modo definitivo?
Io credo innanzitutto che sia naturale e sano che all’interno di un grande partito convivano diverse visioni e impostazioni politiche, soprattutto se l’ambizione è quella di rappresentare una una grande coalizione e non una piccola setta di adepti. Detto questo, però, mi pare che alla tradizionale divisione ideologica del passato si sia sostituita una nuova divisione generazionale. Lo schema del passato ormai è superato: le differenze tra David Miliband, alleato di Blair, e suo fratello Ed, alleato di Brown, ormai sono minime. Entrambi infatti sono preoccupati di come sia possibile rinnovare le politiche social-democratiche e farle entrare in una nuova fase che chiuda definitivamente con le impostazioni del passato e le apra invece al mondo ambientalista, alla cultura liberale, ai movimenti per i diritti civili, a chi combatte per una globalizzazione più umana.

Su quali basi è possibile trovare l’intesa tra tutte queste diverse impostazioni politiche e culturali?
Io credo che il nostro principale sforzo debba esser quello di definire politiche che garantiscano maggiore equità in una situazione globale di profondi cambiamenti: il Labour è l’unico partito (e lo ha dimostrato) che può garantire a tutti, indipendentemente dalle loro condizioni di partenza, una migliore qualità della vita, dell’ambiente, del lavoro, dello studio.

Ma siete tallonati da vicino dai Conservatori di David Cameron (“noi siamo i veri progressisti”) e dai Lib-Dem di Nick Clegg (“solo noi possiamo garantire vera equità sociale”).
Si tratta di slogan, che dimostrano comunque come le idee del Labour siano ormai al centro della discussione politica, come sul lungo periodo solo una impostazione social-democratica possa davvero offrire le risposte che i cittadini chiedono. Ma c’è un elemento che rende la loro analisi debole e le loro risposte poco efficaci: entrambi chiedono un minore intervento dello stato, mentre invece l’unica risposta possibile in questo momento di profonde turbolenze deriva da un maggiore ruolo del governo centrale. Lo dice anche Obama, negli Stati Uniti.

Credi che una vittoria di Obama potrebbe ridare forza alle idee progressiste anche in Europa?
Credo che lo abbia già fatto. Anche se non dovesse vincere, Obama ci ha mostrato che è possibile e necessario coinvolgere i cittadini, mobilitare le coscienze, costruire un programma credibile attorno ad un messaggio di speranza e di cambiamento. Questo, a mio parere, dovrebbe essere anche il messaggio che esce dalla conferenza laburista, un messaggio che non si ottiene in tre mesi, con proposte demagogiche, come vorrebbero alcuni deputati, ma che è l’unico davvero in grado di risollevare il partito e renderlo ancora competitivo per un quarto mandato.

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