Homo Europeus

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L’eredita’ di Bush alla Convention di Denver

Posted by homoeuropeus su 30 agosto 2008

Ho seguito con interesse e passione la Convention Democratica di Denver, consapevole che una parte di quello che succedera’ in Italia ed in Europa nei prossimi anni, dipende anche da come finira’ la corsa per la Casa Bianca.

Fin dal primo giorno, pero’, nonostante la straordinaria coreografia, la perfetta organizzazione dei discorsi e il loro entusiasmante messaggio, ho avuto la strana impressione che mancasse qualcosa: che la discussione non fosse approfondita abbastanza, che l’elaborazione del Partito Democratico, in vista delle prossime elezioni presidenziali, avesse ancora un grande punto interrogativo.

Ho avuto questa impressione fin dal primo discorso che ho seguito, quello dell’ormai vecchio e provato Edward Kennedy (“Ted is my senator too” ho pensato alla fine del suo intervento): una difesa tenace dei valori democratici, un rilancio coraggioso del grande sogno americano.

“Per me questa e’ una stagione di speranza” ha detto Ted, una frase ancora piu’ intensa se si pensa che viene pronunciata da un uomo di 76 anni che ha visto morire assassinati i suoi due fratelli e che e’ ormai condannato a pochi mesi di vita. “Nuova speranza – ha proseguito – per una prosperita’ equa e giusta per i molti e non solo per pochi”. Parole che, a testimonianza che il rinnovamento della sinistra avanza a livello globale, avrebbe potuto pronunciare Tony Blair (il quale le ha effettivamente dette: “per raggiungere progresso economico e giustizia sociale nell’interesse dei molti e non dei pochi”)

Speranza, giustiza, prosperita’, cambiamento: sono state queste per tre giorni le parole d’ordine scandite da una coraggiosa e decisa  Hillary Clinton, da un ancora affascinate Bill Clinton, da uno straordinario Joe Biden (il migliore vice presidente che potesse essere scelto) e infine da un travolgente Barack Obama, capace di mostrare all’America e al mondo non solo che e’ un candidato credibile ma anche che sarebbe un ottimo presidente.

Per tre giorni ho sentito declinare il “nuovo sogno americano” in un modo convincente ed affascinante, ho sentito i democratici promettere che con Obama alla Casa Bianca ogni cittadino degli Stati Uniti sara’ piu’ libero e che a tutti verranno offerte le migliori possibilita’ per vivere la propria vita e per realizzare le proprie aspirazioni.
Eppure, allo stesso tempo, sentivo ancora un senso di incompiutezza, sentivo crescere una barriere tra me e quello che si diceva sul palco di Denver.

La giusta chiave per capire il mio disagio me la ha offerta Federica Mogherini, che nell’ultima puntata del suo diario scrive: “Certo, Obama non ha ancora vinto. E non è detto che vinca. Ma l’alternativa è netta, chiarissima: chiudere la lunga stagione della paura iniziata l’11 settembre e tornare a guardare con fiducia e determinazione al futuro, al sogno americano della possibilità per ciascuno di costruire la propria vita nel migliore dei modi”.

Solo leggendo questo passaggio ho capito che cosa non tornava: la lunga stagione della paura, in realta’, ha cosi’ profondamente cambiato la mentalita’ americana che anche il Partito Democratico ne risulta pesantemente e negativamente influenzato. George Bush ha cambiato gli Stati Uniti, rafforzandone l’individualismo, distruggendo ogni legame sociale e rendendo dominante la mentalita’ che ciascuno per sopravvivere deve pensare a se stesso. E anche i Democratici, purtroppo, risentono di questo vento ideologico.

Nei discorsi pronunciati a Denver (quelli dei big me li sono andato a leggere per sicurezza, e vi assicuro che e’ cosi’) manca qualsiasi accenno alla parola society . Si parla di individui, di famiglie, di organizzazioni territoriali, di strutture statali, ma la societa’ per i Democratici non esiste. O forse, esiste, ma e’ meglio non citarla: c’e’ l’America, con i suoi valori e i suoi sogni, ci sono gli americani, con le loro aspirazioni e il loro diritto a vederle realizzate.

Tutti (individualmente) siamo chiamati a lavorare perche’ ciascuno possa raggiungere la vetta, possa vedere realizzati i suoi sogni: manca ancora, nella visione democratica cosi’ come esce dalla lunga stagione di dominio ideologico repubblicano, il senso di fare parte di una struttura sociale che richiede anche responsabilita’, sacrifici, compassione.

Sembra di sentire ancora l’eco di quanto sostenne un tempo Margaret Thatcher: “La vera società non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie”. Ma dopo dieci anni di governo laburista anche i Conservatori inglesi sono costretti a confrontarsi con l’esistenza della societa’, con la sfida della economia socialmente compatibile, con la grande questione della giustizia sociale.

Sta qui, nell’agettivo “sociale”, l’enorme differenza tra quello che hanno detto Ted Kennedy e i Democratici americani e quello che invece ci hanno insegnato Tony Blair e il New Labour.

E sta qui, soprattutto, la sfida che ci attende: non solo finalmente vedere di nuovo un democratico alla Casa Bianca,  ma vedere la tradizione progressista americana liberata dalla dominazione dei neo-conservatori, vederla ancora capace di rivendicare con orgoglio che, assieme ai singoli, alle famiglie, alle strutture pubbliche, esiste una societa’ e che essa deve essere il fulcro del nostro agire, il principio e l’obiettivo del nostro fare politica.

 

4 Risposte to “L’eredita’ di Bush alla Convention di Denver”

  1. […] Ho seguito con interesse e passione la Convention Democratica di Denver, consapevole che una parte di quello che succedera’ in Italia ed in Europa nei prossimi anni, dipende anche da come finira’ la corsa per la Casa Bianca. Fin dal primo giorno, pero’, nonostante la straordinaria coreografia, la perfetta organizzazione dei discorsi e il loro entusiasmante messaggio, ho […]Continua […]

  2. La tua analisi è persuasiva. Dopotutto viviamo una stagione di riflusso e un po’ ovunque le sinistre, perfino quella anti-marxista del DP USA, risentono del dato e vanno a rimorchio dei valori del centrodestra. E tuttavia, all’interno di questa cornice, la candidatura Obama è la più liberal che si potesse avere. Per questo, io credo, non sarà vincente. E’ percepita come troppo di rottura.

  3. ilro said

    preferisco le nostre piccole umili feste della nostra provincia, sono più umane e più vere

  4. ioTocco said

    Io non posso credere che la gente sia ancora disposta a dare fiducia a un repubblicano.
    Gli Stati uniti sono stremati soprattutto dalla politica interna dell’amministrazione Bush, che ha fatto credere in un sogno americano errato, quello di investire oltre le proprie possibilità. La gente è povera, ma continua a comportarsi da benestante. La povertà negli Stati uniti fa passi da gigante, tra crisi dei mutui, recessione, e indebitamento da cattivo uso delle carte di credito, e su questo, l’amministrazione Bush ha responsabilità precise e individuabili.
    Tra l’altro, se l’americano medio non si interessa della gestione del mondo che non sia america, non può comunque ignorare il disastro delle perdite del proprio esercito, a fronte di risultati penosi.
    Insomma: è proprio un evento di rottura che la gente deve cercare.
    E in questo Obama è meglio di McCain.

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