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«Caos pachistano, escalation afghana»

Posted by homoeuropeus su 20 agosto 2008

Pubblicato su Europa di oggi.

«Un paese in bilico tra speranze e rischi». Così descrive la situazione del Pakistan Jason Burke, per anni corrispondente del Guardian da Islamabad e autore di So, what is al Quaeda?, un’apprezzata indagine sulla galassia del terrore. Le dimissioni del presidente Musharraf sono, secondo Burke, solo la dimostrazione che «la situazione è ormai ingovernabile» e aprono scenari di profonda incertezza tanto sul piano interno che su quello internazionale. «Musharraf non era un democratico, aveva raggiunto il potere con un colpo di stato, aveva governato il paese con l’appoggio dei militari, esiliando i propri oppositori e limitando il potere della magistratura, ma aveva saputo almeno all’inizio del suo mandato, garantire la sicurezza interna e rilanciare l’economia del paese, soprattutto graze agli aiuti internazionali ottenuti grazie ai suoi ottimi rapporti con gli Stati Uniti. La situazione ora sarà difficilmente gestibile: le due principali forze parlamentari uscite vincenti alle ultime elezioni, il Partito del popolo e la Lega pachistana musulmana, non hanno un programma, nè basi comuni per governare il paese. La loro unione al governo nasce solo dalla volontà di allontanare Musharraf e ora che questo obiettivo è stato raggiunto cominceranno a scontrarsi tra loro per la supremazia politica. E questo porterà momenti di tensione e ad un’estrema debolezza del potere politico».

Con il rischio di un altro colpo di stato da parte dei militari?
La storia del Pakistan è un susseguirsi di periodi di governo civile alternati a lunghe fasi di regime militare e di fondo i militari sono la vera struttura che comanda nel paese. Solo negli ultimi mesi, a seguito delle dimissioni forzate di Musharraf da capo dell’esercito ci sono state alcune riforme per ridimensionare il ruolo dell’esercito nella vita politica. Ma il vero problema del Pakistan oggi è che con l’uscita di scena di Musharraf non c’è una figura carismatica capace di assumere la guida effettiva del paese: Asif Ali Zardari, che dopo l’assassinio della moglie Benazir Bhutto si trova a capo del primo partito pachistano è un peronaggio debole, non amato neppure all’interno del suo stesso partito; l’ex-premier Nawaz Sharif è uscito fortemente ridimensionato dalle elezioni; il primo ministro in carica e il capo delle forze armate sono figure di compromesso tra il vecchio regime e i vincitori delle elezioni e difficilmente resteranno al loro posto ancora a lungo. Ma questa situazione di instabilità politica può avere conseguenze drammatiche per la stabilità della regione.

Perchè il Pakistan è così importante?
Ci sono ragioni storico-geografiche e ragioni politiche. Il Pakistan confina con la Cina, l’India, l’Iran, l’Afghanistan, e svolge una funzione di cuscinetto, ma anche un polo di attrazione per i musulmani dell’intera area; inoltre ha uno dei più grossi eserciti del mondo, possiede un arsenale atomico. Negli ultimi anni comunque la sua importanza è stata soprattutto strategica: senza l’appoggio del Pakistan e senza il controllo del confine con l’Afghanistan sarebbe stato impossibile per gli Stati Uniti condurre le operazioni contro i talebani. Ma negli ultimi mesi la situazione è profondamente cambiata: l’esercito pachistano non riesce più a controllare la sicurezza interna. Ci sono infiltrazioni di estremisti islamici nell’esercito e nelle forze di sicurezza: il risultato più eclatante è stata l’uccisione di Benazir Bhutto, ma in molte regioni ormai gli attentati sono parte della vita quotidiana. E ci sono stati poi attentati organizzati dai servizi segreti contro obiettivi indiani, come l’ambasciata di New Delhi a Kabul, o nella regione del Kashmir. La fine di Musharraf è in parte dovuta anche a questa sua incapacità di gestire la situazione della sicurezza interna.

Ieri un ospedale è stato attaccato, sono stati segnalati combattimenti al confine con l’Afghanistan e dieci soldati francesi sono stati uccisi in un’imboscata alle porte di Kabul. C’è qualche relazione tra questi eventi?
Non credo che ci sia una relazione diretta, ma sicuramente la dimostrazione che in Pakistan le milize stanno tornando padrone di ampie parti del territorio, e questo ovviamente agevola anche i talebani in Afghanistan. On sostanza possiamo dire che gli avvenimenti di questi ultimi mesi dimostrano che è necessario ripensare una nuova strategia per garantire la sicurezza della regione: ormai anche la presenza delle forze occidentali in Afghanistan si sta rivelando inadatta per fronteggiare violenze e terrorismo, e i talebani sono praticamente arrivati fino a Kabul. Ovviamente un aggravarsi delle difficoltà in Pakistan non può che portare all’aggravarsi di tutte le situazioni di conflitto nella regione, dall’Afghanistan al Kashmir.

Come crede che si possa affrontare la situazione?
Di fondo il governo pachistano non è più in grado di controllare la situazione della sicurezza interna, e anche la prospettiva economica del paese non è rosea: è necessario che gli Stati Uniti continuino a sostenere economicamente e politicamente il Pakistan. Questo è il loro alleato chiave e qualsiasi ipotesi di un governo che si distanziasse dall’amicizia e dalla cooperazione con Washington farebbe precipitare la situazione, in Pakistan, ma di conseguenza anche in Afghanistan, in India, e le conseguenze potrebbero essere devastanti. Poichè al momento non c’è figura che possa sostituire Musharraf e garantire la sicurezza del paese, io credo che sia necessario riconoscere una sorta di trojka, tra il nuovo presidente che sarà eletto, il primo ministro e il capo delle forze armate. Si tratta di uno schema nuovo, di una suddivisione del potere, ma è l’unica possibilità di avere un governo democratico, di non cadere in un altro colpo di stato militare o peggio ancora in una separazione del Pakistan in varie regioni autonome, molte delle quali inevitabilmente sarebbero controllate da forze estreme e molto pericolose per gli equilibri internazionali.

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