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«L’orso russo e le nostre paure»

Posted by homoeuropeus su 14 agosto 2008

Pubblicato su Europa di oggi.

«L’attacco russo alla Georgia è avvenuto lo stesso giorno dell’inaugurazione dei giochi olimpici di Pechino» ricorda James Sherr, direttore del programma Russia-Eurasia del Royal Institute of International Affairs di Londra (Riia), meglio conosciuto come Chatham House. «Ma se molti osservatori hanno sottolineato la coincidenza, soffermandosi sull’aspetto esteriore, sulla rottura della “tregua olimpica”, pochi si sono spinti ad analizzare il messaggio comune che c’è dietro a questi due eventi così profondamente diversi: Russia e Cina hanno mandato un chiaro avvertimento all’occidente, un segno visibile della loro volontà di pesare sulla scena internazionale».

Una guerra locale, per lanciare un messaggio internazionale, quindi?
Non è solo questo. Ci sono questioni regionali e nazionali, oltre che di carattere globale, dietro a questa guerra. Ci sono questioni che si trascinano dal 1992, dalla dissoluzione dell’Unione sovietica: nonostante la cosiddetta “normalizzazione” in Cecenia, il nord del Caucaso rimane il tallone di Achille della Federazione Russa. A Mosca sanno che l’unico modo di dominare questo spazio è controllare il versante sue dello stesso Caucaso. E per questo la Russia ha interesse a svolgere un ruolo di influenza sull’Ossezia e sull’Abkhazia. Queste sono le ragioni locali. Ci sono poi altre questioni legate all’importanza strategica dell’area, come il fatto che per la Georgia passi l’oleodotto Baku-Tiblis-Cehyan, l’unico non controllato dai russi: ovviamente renderlo inutilizzabile, o affidarlo al controllo di qualche compagnia filorussa, avrebbe un impatto inimmaginabile per la conquista della totale supremazia di Mosca sul mercato energetico europeo.
Inoltre ci sono le questioni nazionali, che riguardano il rapporto tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche. Con l’attacco alla Georgia Mosca ha ribadito la volontà di mantenere un ruolo guida tra gli stati ora indipendenti: ha dichiarato che le “rivoluzioni colorate” sono finite, e che nè la Nato nè l’Europa possono garantire a questi stati una stabilità e sicurezza che non vadano bene anche alla Russia. È un messaggio mandato in due direzioni: alla Georgia stessa, e suo tramite, all’Ucraina, ma anche direttamente alla Nato e agli Stati Uniti, che hanno avuto il coraggio di dichiarare alle Nazioni Unite che il Caucaso è per loro una zona di “interesse nazionale”. Chiaramente la Russia di Putin e di Medvedev ha una visione diversa e ritiene che, pur indipendenti e sovrani, gli stati dell’ex URSS debbano rimanere nella sua sfera di interesse.

La Russia vuole un ritorno alla “sfere di influenza” del periodo della Guerra fredda?
Ovviamente la Russia è consapevole che l’epoca della contrapposizione ideologica è finita, ma, dopo anni di isolamento ed esami da parte dell’occidente, ora chiaramente dice che vuole giocare un nuovo ruolo nello scenario geopolitico. Le Olimpiadi di Pechino e la guerra di Georgia ci dicono che l’idea di un pianeta sostanzialmente sottoposto ad una a dominazione occidentale non regge più. Se negli scorsi decenni, dopo la dissoluzione del blocco sovietico, l’America e l’Europa avevano assunto il ruolo guida, oggi questo ruolo va rinegoziato, anche perchè Russia e Cina ora, dopo decenni di difficoltà, hanno la possibilità e la volontà di contare. A differenza di quello che ci si potrebbe aspettare, russi e cinesi non rigettano la globalizzazione, ma vogliono offrire una alternativa al monopolio americano sui processi di globalizzazione. In tal senso è significativo leggere le parole del Primo Ministro Putin, che rivolta contro l’America la dottrina della sicurezza internazionale elaborata proprio a Washington: perchè, chiede Putin, l’intervento americano per i diritti umani in Iraq è giustificabile, e quello russo in Georgia no? È una provocazione, ma al tempo stesso è una richiesta di maggiore voce in capitolo. E infatti non è un caso che Germania e Francia, le due nazioni che maggiormente hanno cercato di contrastare la dominazione americana negli ultimi dieci anni siano gli stati più sensibili alla voce della Russia.

Torniamo per un attimo alla Georgia. Perchè il presidente Saakashvili, a suo parere, è voluto intervenire: non poteva prevedere la reazione russa? Sperava forse in un maggiore supporto americano?
Saakashvili era in una situazione senza via di uscita: o lasciava mano libera alle forze separatiste russe nell’Ossezia del sud, e perdeva il controllo della regione, l’integrità dello stato e la sua credibilità come Presidente, o reagiva, e ovviamente veniva sconfitto. Ha scelto di reagire, sapendo che il risultato era lo stesso. Non sono nella testa di Saakashvili e quindi non so quali ragioni lo abbiano spinto a questa decisione, nè se si aspettava maggiore supporto da parte internazionale, ma so per certo che è caduto in una trappola. Era stato messo in un vicolo cieco, in quella situazione che i russi chiamano di “controllo riflessivo”, di costringere un avversario a costruire la sua stessa sconfitta. Si tratta ovviamente di una vittoria russa costruita a tavolino, una dimostrazione la “rivoluzione delle rose” di Tiblisi, così come quella arancione in Ucraina non solo non hanno destabilizzato la Russia, ma non sono neppure più in grado di portare a casa i loro minimi obiettivi.

La Nato sembra ora divisa se accellerare l’ingresso della Georgia, come vorrebbero gli USA, o rallentarlo, come vorrebbero Francia e Germania. Che cosa succederà secondo lei?
La Nato dovrà ripensare la sua politica di allargamento verso la Georgia, ma anche più in generale la sua missione: essa rimane infatti una istituzione della Guerra fredda che non è stata capace di evolversi abbastanza da un punto di vista politico, pur espandendosi molto da un punto di vista geografico. La sua strategia era quella di allargarsi fino al punto di costringere la Russia a condividere la sua visione della sicurezza, ad entrare gradualmente nella sua sfera di influenza. La risposta russa, anzichè piegarsi, è stata quella di porre nuovi problemi di sicurezza, di sfidare la Nato a doversi confrontare per costruire insieme nuove risposte, anzichè accettare passivamente quelle proposte dalla Nato stessa. È una sfida tutta aperta, ma dobbiamo attrezzarci per giocarla.

Che giudizio da del piano predisposto dal presidente francese Sarkozy?
Una risposta immediata alla crisi, che di fondo asseconda le richieste russe, senza minimamente affrontare le questioni strategiche. Mi pare più un’abile mossa per approfittare della situazione ed assumere un protagonismo internazionale. D’altronde Mosca ha vinto sul campo e ora detta le condizioni. E questo vale non solo per la Georgia ma anche per le relazioni Russia-Occidente.

2 Risposte to “«L’orso russo e le nostre paure»”

  1. Neclord said

    Da tutta questa vicenda emerge una sola verità chiara. I costi di questa guerra li pagheremo noi con la bolletta del metano e le forniture di energia. Siamo un continente che annaspa, diviso da troppi stati interni che non hanno una politica comune. Addirittura il nostro è in mano a un prescritto che diventa immune per fuggire dai processi. Mi chiedo in futuro come potremo affrontare crisi serie come queste.

  2. marcotosi said

    Caro Neclord, mi sembra un po’ riduttivo interpretare questa crisi solo alla luce dei nostri possibili futuri problemi energetici… E anche un po’ egoistico, dato che attualmente in quelle zone la gente ha problemi seri e reali: sta abbandonando la propria casa, viene bombardata, rischia la vita!

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