Homo Europeus

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Il complotto del prosecco

Posted by homoeuropeus su 31 luglio 2008

Pubblicato su Europa di oggi.

Cominciata col profumo di curry, l’era Brown rischia di finire annegata nel prosecco. Se infatti la cospirazione che nell’estate del 2006 forzò le dimissioni di Tony Blair era nata nei ristoranti indiani dell’est di Londra, il complotto che porterà alle dimissioni di Gordon Brown viene orchestrato (nella ricostruzione del Times) dalle ville della Toscana, davanti a un fresco bicchiere di vino frizzante.

Le colline toscane sono in realtà una metafora politica più che una denominazione geografica, una chiara indicazione per segnalare che i fedelissimi di Tony Blair sono tornati alla carica, e sono decisi a mettere la parola fine alle turbolenze del partito. La Toscana, infatti, nell’immaginario politico inglese è, come scrisse una volta il Guardian, “il collegio elettorale che il New Labour non perderà mai”, la destinazione lussuosa e rilassante delle vacanze estive di Blair, quando era saldamente alla guida del governo. Di diverso tipo sono invece le vacanze di Brown, che ha scelto le spiagge del Suffolk per quindici giorni di relax con la sua famiglia, anche per provare a dare un segnale di sobrietà in un periodo in cui la situazione economica risulta particolarmente difficile per le famiglie inglesi. Ma c’è anche la volontà di non allontanarsi troppo da Londra, onde evitare di farsi defenestrare dai suoi stessi ministri. Anche se il parlamento è ormai chiuso e molti deputati hanno già raggiunto la desinazione delle loro vacanze, il fermento interno al Labour non sembra placarsi e anzi, nel clima di rilassatezza estiva, che agevola riunioni carbonare e trame nell’ombra, si sta trasformando in un vero e proprio complotto contro il primo ministro. La colpa di Brown è quella di non essere stato capace di risollevare le sorti del partito, dargli una nuova mission e renderlo competitivo per vincere un quarto mandato di governo. Anzi, danneggiato da una situazione economica difficile, Brown ha completamente perso la bussola: incapace di muoversi a suo agio tra spin doctors e giornalisti, ha cominciato a trasmettere l’immagine di una persona in difficoltà e, come conseguenza, ha portato con sè l’intero partito.

Il Labour ormai affronta ogni elezione suppletiva non nella speranza di vincere ma unicamente in quella di prendere abbastanza voti per avere diritto al rimborso elettorale. È comprensibile che quindi l’agitazione sia alle stelle e che ministri, sottosegretari, parlamentari stiano cercando di fare qualcosa prima di ridursi nella disperata situazione di essere di nuovo unelectable, come nel ventennio ‘70-’90.

Mentre nei corridoi di Westminster si vocifera di una lettera sottoscritta da circa un centinaio di parlamentari che invita Brown a farsi da parte, e mentre la vice di Brown, Harriet Harman, è costretta a smentire ufficialmente di aver detto «è giunto il mio momento» di fronte all’ultimo sondaggio sulle difficoltà del premier, la principale bordata arriva dal ministro degli esteri David Miliband, che, in un articolo sul Guardian, delinea le priorità politiche che il Labour deve prefissarsi per poter tornare a vincere. Senza mai citare Brown, Miliband offre un concentrao di blairismo puro, invitando ad «essere più umili sui nostri errori, ma anche più convincenti sui nostri risultati»: tra li errori egli cita i ritardi nella riforma della sanità e la mancata devoluzione di potere (entrambi attribuibili alla precisa volontà del premier), mentre tre le priorità mette il governo della globalizzazione, la formazione, la riforma dei servizi pubblici, la modernizzazione del partito. Chiaramente David Miliband, e gli altri giovani leoni che lo appoggiano, hanno deciso di ritornare alle origini del pensiero blairiano per vincere la sfida nel partito e nel paese: e hanno già fatto circolare il ticket Danvid Miliband/Alan Johnson, che sembra una replica ringiovanita, di Blair/Prescott.

Quando l’articolo ha provocato il suo effetto bomba, Miliband si è immediatamente premurato di ridimensionarne l’effetto e ha trasformato la conferenza stampa congiunta con il ministro Frattini in una enorme smentita: ovviamente pieno supporto al leader, ovviamente l’invito ad aprire una nuova fase era rivolto al partito in generale e ovviamente il nemico da sconfiggere è David Cameron.

E certamente leggendo il suo articolo in questa chiave, vi si trova facilmente la sfida alla vuotezza dei conservatori e lo stimolo al rinnovamento del Labour. Ma, nonostante la giovane età, David Miliband è un politico navigato e sa che quel che conta è anche il contesto. Dopo essere stato il primo a sostenere apertamente la candidatura di Brown, mentre i suoi compagni blairiani puntavano su di lui come alternativa, e dopo aver taciuto per mesi, occupandosi solo del suo ministero, egli decide di rompere il silenzio e di porre la questiopne del rinnovamento del Labour, proprio nei giorni in cui il primo ministro è più in difficoltà.

Non si tratta – per ora – di un benservito al premier ma di un chiaro messaggio che al ritorno dalle ferie Brown dovrà mettere mano ad un rimpasto di governo (che probabilmente vedrà tornare in prima fila alcuni fedelissimi di Tony come Alan Milburn, John Reid o Charles Clarke), ma soprattutto dovrà cambiare il suo stile di leadership, il suo approccio e i suoi contenuti.

Ovviamente sfidare apertamente Brown in questa fase è troppo rischioso ed è troppo lacerante per il partito, ma il messaggio di Miliband è chiaro: la tregua è rotta e, a meno che il premier non si faccia mettere sotto tutela, egli è pronto a lanciare la sfida.

 

 

 

 

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