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Doccia scozzese fatale per Brown. Ma la crisi investe tutto il Labour

Posted by homoeuropeus su 26 luglio 2008

Pubblicato su Europa di oggi.

Un terremoto politico, «fuori dalla scala Richter»: così John Mason, candidato dello Scottish National Party ha commentato riportata ai danni del partito laburista nel seggio di Galsgow East. Il candidato indipendentista ha recuperato più di tredicimila voti di scarto sconfiggendo il Labour in quello che era uno dei seggi più sicuri per il partito.

«Glasgow East era una fortezza del Labour – commenta Lewis Baston, direttore della Electoral Reform Society– un seggio che nonostante i profondi mutamenti sociali della zona, era rimasto saldamente legato alla sinistra». Se si proietta il dato di Galsgow a livello nazionale, alle prossime elezioni il partito Laburista rischierebbe di vedersi ridotto ad un manipolo di deputati (tra i 25 e i 40) con il primo ministro Brown, il cancelliere Darling e tutti i principali ministri fuori dal Parlamento. «È molto rischioso usare i dati di una elezione suppletiva, perchè il comportamento dei votanti alle elezioni nazionali ha una valenza politica molto più forte – prosegue Baston – ed anzi molti elettori usano le elezioni suppletive per mandare segnali di discontento al governo. Molto spesso seggi persi alle elezioni suppletive sono stati poi riconquistati alle successive politiche. Ma questo voto chiaramente dimostra che, anche nel tradizionale feudo scozzese, il voto laburista si sta erodendo. E mostra, soprattutto, che lo SNP, attraverso il governo autonomo della Scozia e di molte realtà locali sta trasformandosi da partito di protesta a partito che crea consenso». Anche se non è facile tradurre questo risultato su scala nazionale, Baston non esita a prevedere che «le prospettive per il Labour sono abbastanza preoccupanti».

Proprio per fare fronte alle preoccupazioni dei suoi, e alla richiesta del leader conservatore David Cameron di indire al più presto le elezioni politiche anticipate, Gordon Brown ha convocato ieri a Warwick il National Policy Forum (organismo che stabilisce le priorità politiche del partito) e lo ha invitato ad «avere fiducia nel futuro». Un discorso che ha convinto Sunder Katwala, segretario della Fabian Society, da sempre vicino al premier: «le difficoltà ci sono, non ce lo possiamo negare, ma bisogna dare a Brown la possibilità di recuperare. Egli è l’unico che può farlo, perchè la sua credibilità non è ancora persa». Per Katwala la strada principale è «uscire dalla palude con una chiara proposta politica per i prossimi cinque anni, smettendo le faide interne e facendo appello a quelle che sono state le parole d’ordine vincenti del nostro partito: la lotta alla povertà, uno stato sociale che funziona, più opportunità per tutti». Per poter continuare a convincere, però, Brown ha bisogno di uno nuovo stile: «serve – sottolinea Katwala – che Gordon, come ha fatto oggi (ieri, ndr) a Warwick, sia più diretto nei suoi rapporti con il partito e con gli elettori, più attento alle critiche e piu capace di cambiare rotta quando vede che non è quella giusta».

Di parere sostanzialmente diverso Peter Kenyon, recentemente eletto rappresentante delle sezioni locali nel National Executive Committee (l;a segreteria nazionale del partito): «quante altre suppletive dobbiamo perdere e sentirci dire dai nostri leader che “abbiamo imparato la lezione”? Ormai è chiaro che il consenso del partito si sta erodendo, e che le contromisure devono essere drastiche. Non basta il discorso appassionato di Brown». Pur non parlando apertamente di cambio del leader (anche perché in questa situazione sembrano pochi i candidati disposti a farsi avanti), Kenyon sottolinea che «il cambiamento di linea deve essere chiaro e visibile. Non solo devono cambiare i ministri, ma deve cambiare il loro modo di rapportarsi al partito e all’elettorato: nella situazione economica in cui ci troviamo, le famiglie si aspettano da noi un aiuto vero, i lavoratori cercano il nostro supporto e noi, come partito, dobbiamo far vedere loro che siamo dalla loro parte, con provvedimenti concreti». La conclusione di Kenyon è di attacco: «Si preoccupano di muoversi il meno possibile, in modo da non vedere compromessa la loro posizione futura. Ma quello di cui non si rendono conto è che in palio non c’è solo la loro carriere personale, ma le speranze di milioni di persone, e che a questo situazione si può rispondere solo con un cambiamento radicale. Altrimenti non c’è futuro per nessuno».

Ma, all’esterno del partito, le sorti del Labour sembrano molto più fosche. Lo conferma David Goodhart, direttore del mensile di cultura e politica Prospect: «siamo giunti alla fine di un ciclo. Non sono in grado di prevedere le sorti elettorali del partito, ma è chiaro che la funzione riformista del Labour è giunta al capolinea. Come era chiaro, alle dimissioni della Thatcher, che si era alla fine del ciclo conservatore, anche se poi ci sono stati sette anni di Major, così oggi è percettibile che, indipendentemente dalla durata di questo governo, il futuro politico sta dall’altra parte».

I laburisti, secondo Goodhart, «hanno saputo governare in maniera eccezionale la fase dell’espansione, creando le condizioni per l’uguaglianza sociale e lo sviluppo economico, ma ora sono sono percepiti dalla gente come incapaci di rinnovarsi stando al governo, non pronti alle sfide che la nuova stagione di difficoltà ci pone davanti». Goodhart non crede che i conservatori abbiano le risposte adeguate, anzi crede «che al momento nessuno abbia idea di quale sia la ricetta per uscire dalla crisi a testa alta, ma dodici anni di governo laburista sono un fardello troppo pesante per potersi presentare come il nuovo: a Brown vengono addebitati pregi e difetti di questi anni – spiega – e, ovviamente, in questa fase, i difetti sembrano maggiori». Per il giornalista non ci sono molte cose che Brown e il Labour possono fare al momento: «limitare i danni è sempre possibile, provare a vincere le prossime elezioni con un manifesto altamente populista o sperare in un passo falso dell’opposizione, ma di fondo il Labour deve ritrovare se stesso e la sua missione per il XXI secolo. Solo così potrà tornare a vincere».

 

 

 

 

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