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«Mandela, una lezione dimenticata»

Posted by homoeuropeus su 18 luglio 2008

Pubblicato su Europa di oggi, in occasione del novantesimo compleanno di Nelson Mandela.

«Un giorno gli ho chiesto dei suoi ventisette anni nella prigione di Robben Island e lui, con un sorriso, mi ha detto: “Mi hanno aiutato a maturare”. C’è tutta l’essenza e la storia politica di Nelson Mandela in questa semplice risposta». Merle Lipton, esperta di economia e storia sudafricana, ricorda così, nel giorno in cui egli celebra il suo novantesimo compleanno, l’uomo che ha guidato il Sudafrica nella difficile strada verso la democrazia. Ma non si ferma all’aneddoto, e la sua analisi della situazione sudafricana è preoccupante: «L’economia del paese è in pessimo stato, e nonostante le promesse il livello di povertà è ancora molto alto: circa un terzo della popolazione vive in stato di indigenza, un quarto non ha lavoro, e il 40 per cento di chi lavora, secondo i dati ufficiali, è sottopagato. Per non parlare della situazione sanitaria, del crimine, della corruzione».

L’analisi di Lipton è confermata dai dati internazionali, da cui emerge un paese che soffre del peggiore livello di criminalità al mondo, nelle aree non colpite da conflitti, ed ha il più alto numero di casi di Hiv. Una ricerca del governo mostra che molti sudafricani, specialmente quelli più istruiti, hanno già abbandonato il paese, e che altri stanno seriamente pensando di fare altrettanto.

«Le politiche messe in campo dall’African National Congress, fin dalla presidenza di Mandela nel 1994 – prosegue Lipton – stanno andando avanti, ma purtroppo il loro obiettivo è sbagliato: attraverso la redistribuzione delle terre ai neri, la promozione di neri nelle posizioni di comando delle imprese o la liberalizzazione delle tariffe, l’unico obiettivo che si è raggiunto è la creazione di una piccola élite di nuovi ricchi, ma non si è affrontato il problema della povertà generale. L’80 per cento delle terre è ancora in mano a coltivatori bianchi, ci sono 12 milioni di cittadini che vivono di contributi sociali statali, e la spesa per la sanità e la scuola non ha ricevuto quell’aumento che tutti si aspettavano e che sarebbe stato necessario per fare fronte non solo alle discriminazioni razziali, ma anche a quelle sociali».

Ma il dato che maggiormente stupisce arriva alla fine dell’analisi di Merle Lipton: «Durante il regime dell’apartheid , secondo il coefficiente Gini (lo standard internazionale per misurare l’ineguaglianza di un paese) il Sudafrica occupava il primo posto per il suo livello di discriminazione; oggi, più di vent’anni dopo, non sono stati fatti grandi progressi: siamo al terzo posto!».Mandela si è ritirato dopo un solo mandato come presidente, lasciando la guida del paese al suo braccio destro, il vero ideatore delle politiche di riforme, Thabo Mbeki. I suoi due mandati di presidenza, però, non hanno dato i risultati sperati, soprattutto per quanto riguarda le condizioni di vita dei suoi concittadini, ma anche per la promozione di un ruolo internazionale dello stato sudafricano nel continente e nel resto del mondo. Mbeki, che pure è un politico di grande competenza, non gode certamente del prestigio di Mandela.

«La figura di Mandela – commenta Alex Vines, direttore delle ricerche africane al Royal Institute of International Affairs di Londra – era ed è ancora oggi carica di un carisma internazionale: ha deciso di ritirarsi dalla vita politica attiva in Sudafrica e sta spendendo le sue ultime energie per promuovere i diritti umani e combattere l’Aids. Sono cause nobili ma, secondo me, svolgeva meglio questo ruolo da presidente del suo paese, anche perché poteva intervenire direttamente come protagonista delle relazioni internazionali. Invece ora Mandela lavora per fare beneficenza ad un livello internazionale, mentre il ruolo politico del Sudafrica è notevolmente diminuito».

A dimostrazione di questa sua affermazione, Vines cita la mediazione fondamentale svolta dal paese alla fine degli anni ’90 per risolvere le crisi in Burundi, Costa d’Avorio e Repubblica del Congo, in confronto all’incapacità di assumere un ruolo forte nella situazione dello Zimbabwe: «Nonostante la conferenza internazionale che si apre oggi in Sudafrica, la posizione di Mbeki è debole, troppo di supporto a Mugabe, incapace di giocare un ruolo di autorità morale».

Le ragioni di questa debolezza sono da cercare, secondo Vines, nelle difficoltà dell’African National Congress che, soprattutto di fronte ai problemi economici e ai mancati risultati promessi, si è divisa in due fazioni: «La nomina di Zuma a leader dell’Anc nel dicembre dello scorso anno è un duro colpo per l’ala modernizzatrice del partito, ma anche per la sua immagine complessiva: è stato deposto da vicepresidente per accuse di corruzione, tuttora aperte, e i suoi sostenitori stanno attaccando duramente la magistratura per difenderlo e poterlo candidare a presidente nel 2009».

«Non potrà certo essere un presidente come questo – prosegue Vines – che risolleverà le sorti del Sudafrica: con Zuma presidente il ruolo internazionale del paese rischia di essere ancora più marginale e, purtroppo, solo da una forte attività del Sudafrica, che è il paese economicamente e politicamente più avanzato del continente, può passare il rilancio dell’economia africana».

Nonostante le difficoltà correnti, molte delle idee di Mandela restano comunque fondamentali per il paese: «Io ammiro Mandela – conclude Vines – non tanto per i suoi anni di prigione o per le sue difficili battaglie da leader dell’Anc clandestina, ma per quello che ha saputo fare da presidente del suo paese, per la lezione che ha dato al mondo intero come leader della riconciliazione nazionale e dell’orgoglio di tutto il suo paese, non solo dei neri, ma anche dei bianchi: e i mondiali di calcio che si svolgeranno nel paese tra due anni sono il coronamento di un suo sogno».

Nelson Mandela compie 90 anni ed è, secondo le descrizioni dei suoi amici, un uomo più debole, ormai quasi impossibilitato a camminare, che si inceppa spesso nel parlare, ma ancora attivo e battagliero. Un uomo per il quale, come ha detto un suo antico compagno di cella, «il pensionamento è una contraddizione in termini».

 

 

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