Homo Europeus

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Pregi e ambiguita’ dell’assemblea de iMille

Posted by homoeuropeus su 15 luglio 2008

Marco Simoni racconta su “Europa” (e sul suo blog) l’assemblea de iMille che si e’ svolta lo scorso fine settimana a Roma.

E commette a mio parere due errori.

Il primo, forse piu’ per timidezza, e’ quello di sottovalutare l’importanza che questa iniziativa ha avuto: in un momento in cui la discussione politica sembrava polarizzata tra due diversi estremismi, le manifestazioni populiste contro Berlusconi o l’opposizione istituzionale di Veltroni, iMille hanno dimostrato che si puo’ anche stare nel Partito Democratico con animo critico. Che la strada da fare e’ ancora molta, ma che ci sono energie e persone per poterla fare.
E non e’ poco.

Il secondo errore, invece, e’ piu’ intrinseco alla natura stessa de iMille. Nel loro ordine del giorno finale essi invitano “tutti i fondatori e i futuri iscritti del Partito Democratico ad aderire a tutte le correnti, i movimenti culturali, a partecipare alle attività di tutte le fondazioni che fanno riferimento al nostro partito”. Detta cosi’ potrebbe anche sembrare una buona proposta.

Ma iMille sono silenziosi su come i contributi e le idee di tutte queste fondazioni, associazioni, correnti, mozioni, troveranno poi la sintesi nella linea politica del partito. Le ipotesi in campo al momento sono due.

Da un lato l’idea di Veltroni (e Prodi, e Parisi, e i fanatici del “Primarie vere, primarie sempre”): un’idea leaderistica, in cui il capo, eletto direttamente dal popolo delle primarie, di fondo forte di questa sua autorevolezza popolare, stabilisce le priorita’.

Dall’altro lato l’impostazione oligarchica, di D’Alema e Marini, in cui, come un tempo nella DC e nel PCI, i capi-corrente si riuniscono attorno ad un caminetto e, forti della autorevolezza che viene loro dal radicamento territoriale delle rispettive correnti, contrattano la linea politica.

Entrambe queste due impostazioni sono accomunate comunque da una visione verticistica.

Nell’ordine del giorno finale, iMille si dicono pronti ad appoggiare e dare voce ai “tanti coordinatori di circolo e dirigenti di federazione che compiono una battaglia di rinnovamento contro la quale vengono messe in campo prepotenze di ogni tipo”, ma non dicono quale idea di partito hanno in mente; si impegnano per un piu’ forte radicamento nel territorio per rendere questo partito piu’ aperto ed accogliente, ma non dicono poi, secondo loro, come la voce del territorio avra’ modo di farsi sentire a livello nazionale e influire davvero nel processo democratico di assunzione delle decisioni politiche.

E anche questo, purtroppo, non e’ poco.

3 Risposte to “Pregi e ambiguita’ dell’assemblea de iMille”

  1. Usando le tue parole, in quanto “leader” dei fanatici di primarie vere, primarie sempre, ti faccio notare che, per noi, le primarie vere implicano che ci si presenti a questo appuntamento con un programma e quindi con una lista di priorità già chiara (e magari, per le cariche monocratiche, sarebbe bello fosse anche con un abbozzo di squadra di governo). Per vincere, poi, un candidato non può creare un programma e stabilire alleanze in splendida solitudine, ma ci dovrà arrivare tenendo conto del dibattito e del confronto interno al partito. Quello che vogliamo noi è che DOPO che sia stato nominato ed eletto, quel candidato non sia poi costretto a ricontrattare tutto ad ogni occasione, che l’interpretazione “autentica” del programma sia la sua, fino alle elezioni successive. Come vedi il meccanismo è ben diverso da quello che hai descritto tu.

    Ciò è completamente diverso anche da quello che è accaduto con le primarie sia di Prodi che di Veltroni. E’ chiaro che se prima si elegge un leader, e solo dopo si fa un programma, le cose cambiano… e infatti non hanno funzionato bene in nessuno dei due casi.

  2. homoeuropeus said

    Carissimo Daniele, grazie per la precisazione.

    Precisazione che, dietro una maschera movimentista e democratica, mi conferma la vostra visione verficistica e leaderistica: un capo -democraticamente eletto- che ha l’autorita’, conferitagli dal popolo delle primarie, di stabilire l’interpretazione autentica del programma senza dover contrattare niente con nessuno.

    Su come poi si ottiene che il leader arrivi alla elezione “tenendo conto del dibattito interno al partito” e non, come e’ successo con Prodi e con Veltroni, dopo un accordo nelle segrete stanze, noto il silenzio assoluto. E preoccupante!

    Ancora piu’ preoccupante e’ che il partito non abbia piu’ alcuna voce in capitolo fino alle elezioni successive! Nessuna possibilita’ che la Direzione, l’Assemblea nazionale, la Segreteria, possano modificare la linea decisa dal segretario.

    Per stare all’attualita’, secondo il vostro schema, la rottura con Di Pietro e l’alleanza con l’UdC possono essere stabilite da Veltroni in solitudine e forte del suo mandato popolare. O mi sbaglio?

    Se in un sistema che prevede un forte mandato popolare non si creano contrappesi istituzionali altrettanto forti, scusa, ma l’unica deriva che vedo e’ il plebiscito!

  3. […] quanto riguarda i post, il piu’ visitato e’ stato Bandiere con 165 visite, seguito da Pregi e ambiguita’ dell’assemblea de iMille con 142 e da Rileggendo Berlinguer con […]

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